mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
02.09.2000
-
| di FRANCO CARLINI
E gli avvoltoi dimenticarono il volo
Era il 1887 e una spedizione militare italiana si aggirava per il Corno d'Africa, in Eritrea. Si erano portati delle mucche da casa e una di loro era ammalata di peste bovina ( rinderpest ). Si tratta di una malattia di origine asiatica che periodicamente arriva in Europa. Ma in Africa non aveva mai fatto strada, forse perché i cammelli ne sono immuni. Questa volta, grazie agli italiani, si propagò per tutto il continente, in pochi anni arrivando all'Atlantico e fino in Sud Africa. Lungo il percorso faceva strage dei bovini su cui avevano fondato le loro economie i popoli africani. L'intera storia è stata ricostruita nel 1994 da John Rowe, uno storico della Northwestern university di Evanston, nell'Illinois, e di recente riproposta in un saggio della rivista inglese New Scientist (12 agosto 2000, pag. 30).
Secondo Rowe, dunque, la mortalità dei bovini raggiunse il 90 per cento e per le popolazioni umane fu un'esperienza devastante, da cui non si sarebbero più sollevate. I Masai usano tuttora un termine specifico, "enkidaaroto", per indicare quel disastro, che li colpì nel 1891; un vecchio Masai di cui è stata raccolta la testimonianza orale ricorda che le carcasse degli animali erano così numerose che "gli avvoltoi avevano dimenticato come si fa a volare". John Ford che ha condotto delle ricerche nella regione a occidente del Lago Vittoria, stima che in due soli distretti della regione la popolazione locale di bestiame sia passata da 400 mila capi nel 1891 a 20 mila l'anno seguente.
Ma la cosa importante da capire è che quella malattia del bestiame trascinò con sé altri disastri irrecuperabili. Uno di questi fu una maggiore virulenza della mosca tse tse, nociva agli animali e agli umani. Apparentemente sembra strano, perché con la morte dei bovini si riduceva anche la possibilità di propagazione. Ma l'ecologia ha percorsi strani e sottili: i bovini, pascolando, riducevano l'habitat preferito della mosca che predilige i terreni lussureggianti; scomparsi loro, ecco che le mosche trovarono un ottimo terreno di crescita e a tuttora la malattia che esse veicolano è seconda sola all'Aids tra le fonti di mortalità nell'Africa.
Quanto alle popolazioni indigene, prive di cibo e di sostentamento, e persino delle bestie con cui arare i campi, precipitarono in situazioni di indigenza estrema. Frederik Lugard, un capitano inglese che operò in Kenya negli ultimi anni del secolo, attribuisce alla diffusione del virus e alle sue conseguenze l'estrema facilità con cui le potenze coloniali europee poterono impadronirsi di vasti territori: "l'avvento dell'uomo bianco non era mai stato così pacifico".
Dettagliando egregiamente questa storia dolorosa, la rivista inglese si spinge anche più in là, sul terreno culturale. La tesi avanzata è la seguente: passata la grande strage del virus, i conquistatori europei si trovarono di fronte a un paesaggio che era diversissimo da quello che era stato solo un decennio prima, ma essi credettero che quella fosse l'Africa naturale, come era sempre stata: una savana non coltivata, dove non c'erano più animali da pascolo, ma dove invece avevano ripreso piede per prime (perché immuni) le specie selvagge: leoni, elefanti, gazzelle, giraffe. Nasce da lì, da quel "caso" della storia, l'immagine (artificiosa) della natura africana che i parchi e le riserve naturali oggi cercano di preservare. E' il frutto, sostiene la rivista, di un grande equivoco e di una costruzione intellettuale tipicamente occidentale. Nasce anche da lì l'idea culturale delle riserve, come teorizzata ad esempio dal biologo tedesco Berngard Grzimeck, a proposito del Serengeti: "Un parco nazionale deve rimanere un pezzo di natura primordiale per essere effettivo ... nessuno, nemmeno i nativi, deve vivere all'interno dei suoi confini. In realtà l'Africa non era mai stata così, era anzi più popolata e antropomorfizzata di quanto gli esploratori immaginavano. Ma gli europei, dopo averla conquistata con le malattie involontarie, la piegarono anche alle loro idee romantiche di natura.
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