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TERRA TERRA
16.09.2000
  • | di MARINA FORTI
    Petrolio contro grano
    Con i prezzi del petrolio schizzati al livello più alto dal novembre del 1990, appena prima della guerra del Golfo, bisognerà tornare a riflettere sulla nostra "dipendenza da petrolio". Lester Brown, il fondatore e presidente del WorldWatch Institute di Washington propone ad esempio di considerare l'evoluzione del mercato petrolifero usando come indicatore il prezzo di un barile di petrolio in confronto al prezzo di uno staio di grano (l'unità di misura per cereali che corrisponde a 36,35 litri). L'equivalenza petrolio-grano è rivelatrice. Tra il 1950 e il 1972, fa notare Brown, entrambi sono rimasti stabili: "Nel 1950, quando il grano costava 1,89 dollari allo staio e il petrolio 1,71 dollari al barile, uno staio di grano poteva essere scambiato per 1,1 barili di petrolio. In qualsiasi momento durante quei 22 anni, uno staio di grano era pari a un barile di petrolio sul mercato mondiale". Le cose sono cambiate con la crisi petrolifera del 1973: il prezzo del petrolio schizzato in alto, già nel '74 ci volevano due staia di grano per comprare un barile di petrolio. Nel '79, all'epoca del secondo aumento dei prezzi petroliferi, il rapporto è salito a 4 contro uno. Nell'82, quando il prezzo di un barile di greggio è salito oltre i 33 dollari, il rapporto era 8 staia di grano contro un barile. "Questa drastica scalata del potere d'acquisto del petrolio ha portato a uno dei maggiori trasferimenti di ricchezza mai registrati", fa notare Brown: infatti, sia la produzione di petrolio che quella di grano sono concentrate ciascuna in un piccolo gruppo di paesi: il grano viene in gran parte dal nord America, mentre il petrolio viene in gran parte dal Medio oriente. "Gli Stati uniti dominano il mercato del grano ancor più di quanto l'Arabia Saudita domini quello del petrolio. Per ironia, tutti gli 11 paesi membri dell'Opec sono importatori di grano". Insomma, dice il fondatore del WorldWatch Institute: il recente nuovo aumento dei prezzi ha di nuovo mutato l'equilibrio tra grano e petrolio a favore di quest'ultimo, anche perché il prezzo del grano è sceso ai livelli più bassi dell'ultimo decennio - oggi siamo circa a 10 staia contro un barile. "L'Opec tiene di nuovo gli Stati uniti in bilico su un barile. Con la sua crescente flotta di veicoli sportivi che succhiano un sacco di carburante, e la produzione interna in discesa, gli Stati uniti oggi dipendono dall'import per il 57% del proprio consumo di petrolio,
    cosa che li rende ancora più vulnerabili alle variazioni del prezzi e delle forniture di quanto fossero nel 1973".
    Poi c'è l'altro aspetto del problema - o meglio, l'altra minaccia alla sicurezza internazionale: "Il cambiamento del clima dovuto al consumo di petrolio e altri combustibili fossili è una minaccia ancora maggiore alla stabilità a lungo termine dell'economia e della stabilità mondiale", ci ricorda Brown. Il riscaldamento dell'atmosfera terrestre è già una realtà, i segnali sono numerosi: la scoperta di acqua aperta al polo nord, dove il ghiaccio era perenne, è solo l'ultimo. Ma la cosa interessante da notare è che il mondo sta cominciando a muoversi oltre il petrolio e il carbone, verso fonti d'energia che non minaccino il clima. I combustibili fossili sono ancora la maggiore fonte energetica, certo, ma "il tasso di crescita di varie altre fonti d'energia tra il 1990 e il '99 da il senso che una transizione energetica è in corso", afferma Lester Brown. L'uso di energia eolica è cresciuto nel 24% all'anno, la produzione di pannelli solari del 17% annuo, lo sfruttamento di energia geotermale del 4%. Mentre il consumo mondiale di petrolio è aumentato al ritmo dell'1% e quello di carbone è diminuito dell'1%. A rafforzare il senso di questa "transizione energetica", vale la pena di notare che anche molti amministratori delegati di aziende petrolifere ora parlano di passare dall'economia del petrolio a una basata sull'energia solare e dell'idrogeno. British Petroleum è ormai il maggior produttore mondiale di pannelli solari. Shell si dedica all'idrogeno. Certo, c'è anche un investimento di immagine in questi (ben pubblicizzati) sforzi innovativi. Ma c'è soprattutto l'idea che se il mercato delle energie rinnovabili diventa importante, meglio occuparlo da subito.
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