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TERRA TERRA
16.11.2000
  • | di MARINA FORTI
    Darjeeling tea, al veleno
    Gli intenditori di tè considerano la varietà Darjeeling tra le più raffinate, almeno tra quelle del subcontinente indiano. E' un tè nero dal profumo inconfondibile e prende il nome dalla regione in cui è coltivato, il Darjeeling, colline nelle "prealpi" himalayane nell'India nordorientale al confine con il Nepal, dove i colonizzatori britannici usavano passare l'estate lontano dalla calura umida delle pianure, e dove le piantagioni ricoprono i pendii di un verde smeraldo mozzafiato, e il cielo è blu...
    Ma non molti sanno che quel tè nasconde un pericolo subdolo: residui di pesticidi parecchio più alti di quanto sarebbe accettabile. Lo stesso probabilmente vale per altre varietà di tè, ma siamo informati di quella, esportata in India e nel mondo con la rinomata etichetta Darjeeling tea .Il caso era scoppiato nel 1992-'93, quando la Germania aveva respinto alcuni carichi di tè che erano risultati pieni di un pesticida chiamato Tetradifon , generosamente usato per sterminare le larve di un ragnetto parassita. In quel carico, un chilo di foglie di tè risultava contenere fino a 240 microgrammi (millesimi di grammo) del pesticida, ovvero 24 volte più del limite ammesso (almeno in Germania e nell'Unione europea).
    E' allora che alcune aziende produttrici di tè decisero di riconvertirsi alla coltivazione organica (cioè attenersi alle norme della coltivazione cosiddetta biologica, eliminando tutti o quasi i prodotti chimici di sintesi): ormai è possibile trovare pacchettini di tè Darjeeling organico solo nei negozi chic o specializzati (o del commercio equo e solidale) di tutta Europa e Usa. Ma un resoconto pubblicato da Down to earth , quindicinale indiano, avverte che la gran parte delle coltivazioni continua a usare pesticidi e fertilizzanti chimici a man bassa. E cita agronomi di un consorzio di produttori del tè ( Specialised Agricoltural and Industrial Consultancy on Tea ) per sottolineare che l'uso smodato di erbicidi e insetticidi usati sulle colline per controllare erbacce e parassiti sta degradando in modo grave il terreno e lasciando residui nelle falde acquifere, oltre ad aver creato ceppi di parassiti resistenti alle sostanze spruzzate in quantità sempre più abbondante...
    I produttori però considerano indispensabile tale massiccio uso di input chimici. Il circolo è vizioso. Gran parte dei cespugli di tè che ricoprono le colline del Darjeeling sono vecchi, il 60 per cento ha anche un secolo o forse più: negli ultimi cinquant'anni non c'è stato nessun programma sistematico di sostituzione (cosa che richiede investimenti: la pianta del tè del Darjeeling impiega almeno 9 anni prima di diventare produttiva, dunque per un periodo lungo il capitale investito è immobilizzato).
    Vive a lungo, la pianta del tè: ma dopo una certa età la produttività diminuisce, e la pianta diventa più vulnerabile agli attacchi dei parassiti. La produzione è già calata dai 15 milioni di chili annuali di qualche anno fa. Così, i coltivatori considerano che senza quei pesticidi (senza parlare dei fertilizzanti) le loro piantagioni non renderebbero abbastanza.
    Uno dei più usati è il monocrotophos , catalogato tra le sostanze altamente tossiche dal ministero della sanità indiano. I primi danneggiati sono i circa 50mila lavoratori agricoli mandati a spruzzare quei veleni a mani nude, senza mascherine o qualsivoglia protezione (pare che i padroni si limitino a consigliare di non mangiare con le mani, come sarebbe costume, dopo aver dato i pesticidi). Giornalisti e ambientalisti locali testimoniano che i bambini nelle piantagioni di tè nascono spesso con deformità congenite, mentre tra i lavoratori sono diffusissime malattie della pelle, reazioni allergiche, malattie gastrointestinali, danni ai polmoni e al fegato, tumori. Ma nessuno ha mai compiuto un'osservazione sistematica sulla salute dei lavoratori né sul legame tra malattia e uso dei pesticidi, in quella regione. Così, i braccianti del Darjeeling continuano ad ammalarsi silenziosamente per produrre quel buon tè, che noi sorseggiamo con tutti i suoi veleni.
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