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TERRA TERRA
16.12.2000
  • | di MARINA FORTI
    Lo zucchero amaro delle Fiji
    Da quando la proprietà della terra è diventata una questione dominante della politica, nelle Isole Fiji, la seconda industria del paese è entrata in crisi. Dopo il turismo, la canna da zucchero è la più importante attività economica della nazione del Pacifico: occupa un quarto della popolazione, produce l'8% del suo Prodotto interno lordo e conta per oltre il 40% delle sue esportazioni. Ma questa è una brutta annata. Lo sciopero dei coltivatori di canna, tanto per cominciare, ha fatto sì che il raccolto sia cominciato almeno un mese in ritardo: non sarà terminato prima della stagione delle piogge, e l'organizzazione dei produttori ( Sugar Cane Growers Council of Fiji ) prevede per quest'anno un raccolto di 3,7 milioni di tonnellate di canna, contro 4,2 milioni di tonnellate di media negli anni scorsi. Molti coltivatori avevano dichiarato sciopero lo scorso maggio, in protesta contro il colpo di stato che ha deposto il primo governo guidato da un indo-fijiano, Mahendra Chaudri. Era stato descritto come un golpe etnico, indigeni fijiani contro popolazione di origine indiana. Ma dietro alle rappresentazioni etniche ci sono questioni molto materiali: e se una causa immediata di conflitto era il controllo delle foreste di mogano (vedi Terraterra del 25 ottobre), la questione di fondo resta la proprietà della terra. In un arcipelago etnicamente mescolato, i fijiani indigeni (di ceppo melanesiano) sono circa il 52% della popolazione di 800mila abitanti, ma sono proprietari dell'83% delle terre - anche perché la legislazione contempla l'inalienabilità delle terre di proprietà tribale. Gli indo-fijiani - discendenti dei braccianti agricoli importati dai colonizzatori britannici a partire dal 1880 - sono circa il 43% della popolazione (c'era un momento in cui erano diventati la maggioranza, prima che una serie di turbolenze politiche e golpe nel 1987 spingessero molti a emigrare). I coltivatori di canna da zucchero sono per tre quarti indo-fijiani, e quasi tutti coltivano terre in affitto, piccoli appezzamenti, quattro ettari ciascuno in media.
    Affitti a lungo termine, certo. Concessioni trentennali, che però hanno cominciato a scadere nel '97 (un'altra ondata di scadenze sarà nel 2008). E già prima del golpe di maggio molti avevano sperimentato difficoltà a ottenere il rinnovo. Molti l'avevano ottenuto a prezzo maggiorato: un recente servizio del Financial Times cita un coltivatore che ha ottenuto un rinnovo trentennale dell'affitto dei suoi 40 acri per 5.200 dollari fijiani (pari a 2.300 dollari Usa, circa 5 milioni di lire), e altri che hanno dovuto sborsare per appezzamenti simili tra 20 e 25mila dollari fijiani. Ben prima di maggio, dunque, la proprietà delle terre era diventato oggetto di risentimenti, con i proprietari di diritto tradizionale - melanesiani - che rivendicavano una parte maggiore della ricchezza prodotta. E' così che quel George Speight, che inseguiva piuttosto il controllo sul commercio del mogano, ha fatto appello al sostegno dei capi tribù quando ha invaso il parlamento e deposto il premier Mahendra.
    Il Sugar Cane Growers Council (a cui aderiscono i 23mila coltivatori del paese) calcola che metà dei 2.000 contratti d'affitto scaduti quest'anno non sia stata rinnovata, col risultato che i coltivatori e le loro famiglie hanno dovuto abbandonare le terre. Il governo di Mahendra (laburista) aveva avviato un piano per dare terre sostitutive (che però spesso erano inadatte alla coltivazione), e dei risarcimenti in denaro per compensare la mancata produzione. L'attuale governo di transizione, insediato dopo il golpe e deciso a difendere gli interessi dei fijiani indigeni, ha annunciato di voler tagliare i risarcimenti. Presto sarà ridiscussa anche la legislazione sulle terre - i melanesiani sostengono che l'attuale legge sull'affitto di terre agricole favorisce troppo gli affittuari. Gli indo-fijiani, intanto, dicono che gran parte delle terre tornate ai proprietari sono rimaste incolte, e se coltivate hanno rese più basse. La crisi incombe.
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