domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
19.01.2001
-
| di MARINA FORTI
In Cina cambia il vento
L'energia eolica non va per la maggiore in Cina. Non per ora. Eppure c'è una piccola notizia che vale la pena di segnalare. In novembre Pechino ha lanciato il progetto per la costruzione di tre centrali eoliche, una nella provincia nord-occidentale del Xinjiang e due nel nord-est, con il finanziamento di 12 milioni di dollari dal Gef ( Global Environmental Facility , il fondo gestito dalla Banca Mondiale che finanzia progetti di "sviluppo sostenibile" nei paesi in via di sviluppo). E' l'ultima di una serie di piccole iniziative per produrre elettricità usando il vento, promosse negli ultimi anni per lo più su spinta di investitori stranieri o agenzie di credito multilaterali.
La notizia non sta tanto nella quantità di energia elettrica che produrranno le nuove centrali eoliche: i tre impianti aggiungeranno 78 megawatt ai 265 megawatt già oggi prodotti usando il vento, ma anche così l'eolico non fa neppure l'1 per cento del consumo totale di energia elettrica cinese. L'importanza del nuovo progetto - o almeno così sperano i suoi sostenitori - è piuttosto dimostrativa: mostrare che l'eolico ha una fattibilità commerciale come fonte d'energia. Ovvero, convincere i dirigenti di Pechino, e i potenziali investitori, che il vento non è solo una fonte rinnovabile e pulita ma è anche conveniente, o almeno non più costosa delle fonti tradizionali: e "tradizionale" in Cina significa soprattutto carbone, che poi è la più inquinante tra le fonti fossili d'energia.
In effetti l'uso commerciale dell'elettricità di origine eolica comincia a diventare attraente. Nel 1996 uno studio sulle prospettive della generazione eolica in Mongolia Interiore, co-sponsorizzato dall'Università di Princeton e dal Ministero cinese dell'energia elettrica, aveva trovato che il kilowatt eolico era solo poco più caro di quello prodotto con il carbone: 0,04 dollari per kilowattora contro 0,02 o 0,03 (dato citato dal centro studi Stratfor). Già in quell'anno però il governo della Mongolia Interiore decise di comprare energia prodotta da turbine a vento a prezzi superiori al mercato, evidentemente spinto da incentivi del governo centrale. Da allora altri incentivi si sono aggiunti. Decisiva potrebbe risultare la norma per cui le singole province dovranno mettere in rete elettricità prodotta per almeno il 5% da fonti rinnovabili. Quella norma in effetti è stata emanata da Pechino con il duplice obiettivo di ridurre l'inquinamento nelle grandi città e di garantire un reddito alle grandi dighe costruite nel sud-ovest del paese, che hanno assorbito enormi investimenti, sollevato giganteschi problemi ambientali e sociali, e per colmo rischiano di restare come cattedrali nel deserto: sorgono in zone arretrate e hanno problemi nel vendere l'energia che producono. Con la norma del 5%, le province industriali e sviluppate della costa dovranno comprare parte della loro elettricità da fonti rinnovabili: già sono in costruzione gli enormi elettrodotti che collegheranno le centrali idroelettriche delle dighe del sudovest con la rete elettrica costiera. Ma tra le fonti rinnovabili c'è anche il vento, e c'è da immaginare che in futuro quella norma vada anche a beneficio di nuove centrali eoliche.
Le regioni "interessanti" della Cina, quanto a sfruttamento del vento, sono le praterie del Xinjiang e della Mongolia Interiore, povere e popolate da minoranze etniche. Entrambe rientrano negli obiettivi di Pechino per sviluppare le regioni occidentali. Certo, tutto questo non significa ancora che l'energia eolica sia entrata con forza nella strategia energetica cinese. In parte per un problema tecnico: la Cina produce ottime piccole turbine a vento adatte alla produzione di elettricità in zone isolate (non a caso l'eolico ora è usato soprattutto in alcune piccole isole, non collegate alla rete nazionale, dove piccole turbine o piccole centrali solari si dimostrano una soluzione più semplice e meno costosa che grandi elettrodotti). Ma Pechino non produce le grandi turbine che servono per una produzione su larga scala, tecnologia sofisticata ormai molto usata in nord Europa (vi eccelle la Danimarca, che oggi è all'avanguardia mondiale dell'energia eolica ed è tra gli investitori che premono su Pechino). La Cina resta in ritardo - ma forse il vento comincia a cambiare.
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