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TERRA TERRA
04.05.2001
  • | di FRANCO CARLINI
    Golden deliziose e profittevoli
    La notizia è importante perché è la prima volta che l'agricoltura organica che dir si voglia raccoglie un tale credito pienamente e scrupolosamente scientifico. Finora infatti essa era apparsa, nel dibattito pubblico e nel senso comune, una cosa da fanatici salutisti, da verdi esagerati, da cultura anti-industriale, al massimo una questione di gusto, alla ricerca dei sapori genuini come fanno (meritoriamente) quelli dello Slow Food. La notizia è così importante che ha meritato un ampio articolo sul settimanale The Economist che, diversamente da quello che alcuni ritengono, non appartiene alla Internazionale della Spazzatura, ma semmai al filone del giornalismo serio e documentato.
    La fonte originaria è la rivista inglese ultracentenaria Nature , il settimanale (non divulgativo) su cui gli scienziati di tutto il mondo ambiscono pubblicare le loro ricerche. Dunque sul fascicolo del 19 aprile (volume 410, pagina 926) compare il frutto delle ricerche condotte dal 1994 al 1999 da un gruppo di studiosi della Washington State University, guidati da John P. Reganold. La sua pagina Internet è all'indirizzo http://css.wsu.edu/Fac_Prof_Soils/Reganold.htm . Come l'indirizzo lascia intendere, il professore si occupa di suolo, colture e piante. Per sei anni dunque ha meticolosamente coltivato (e sorvegliato e misurato) tre appezzamenti di terreno dove era stata piantata la stessa qualità di mele "Golden Delicious". Un campo venne tirato su con trattamento organico, ovvero niente concimi chimici; quello "convenzionale" invece prevedeva tutti i trattamenti classici esperimentati dall'agricoltura industrializzata e ricca di trattamenti chimici. Il terzo campo, infine, aveva un trattamento misto: concimi organici, compost, ma anche pesticidi.
    Dopo sei anni ecco i risultati, sistemati in ordinate tabelle. Si trattava di valutare cinque fattori: 1. la bontà al gusto delle diverse mele; 2. la qualità del suolo; 3. il consumo energetico per ettaro; 4. le performance dei singoli alberi; 5. la profittabilità economica dei raccolti. La cosa stupefacente e comunque niente affatto prevista, è che, per ognuna delle voci, le mele organiche si sono trovate in testa alla classifica. Il gusto, valutato da assaggiatori esperti e inconsapevoli della provenienza, forse era ovvio che fosse migliore. Così come era sensato aspettarsi che un terreno trattato con concimi organici risultasse meno impoverito di quelli in cui viene pompata una cospicua quantità di fertilizzanti chimici - tutti i contadini lo sanno, da quando l'agricoltura venne inventata.
    Più significativo è il fatto che, tirate tutte le somme, e tenendo conto dei prezzi correnti di mercato, le Golden organiche garantiscono ai produttori una profittabilità più alta di quelle trattate convenzionalmente, con un margine superiore del cinque per cento. L'analisi è dettagliata, anno per anno, e dimostra come a un maggiore investimento iniziale corrisponda in seguito (in questo caso nell'ultimo anno dell'esperimento, il 1999), una discesa dei costi fissi. Nemmeno la pezzature minore dei frutti (sono più piccoli, come in tutte le melette del buon tempo antico) si ripercuote negativamente sulla resa economica e infatti, secondo il modello matematico dei ricercatori, gli appezzamenti naturali sarebbero in grado di raggiungere il punto di pareggio (il famoso breakeven su cui si affannano tutti gli economisti industriali) già dopo 9 anni, mentre ne occorrono rispettivamente 15 e 17 per i sistemi convenzionali e per quello misto (che porta con sé tutti i costi dei primi due).
    L'obiezione che sarebbe possibile rivolgere a tali conteggi è la seguente: essi sono stati fatti basandosi sul fatto che attualmente, sul mercato americano, le mele biologiche sono vendute a un prezzo del 50 per cento più alto rispetto a quelle convenzionali. Ma anche a questo lo studio si preoccupa di rispondere: è vero, ma basta che il "premio" pagato per il biologico sia soltanto del 12 per cento per pareggiare il momento del breakeven ed è del tutto ragionevole, aggiungiamo noi, che i consumatori siano disposti a pagare il 12 per cento in più per una migliore qualità e sapore.
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