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TERRA TERRA
30.06.2001
  • | di BARBARA RONCAROLO
    Biologiche, involontarie invasioni
    Il petauro dello zucchero, conosciuto anche come scoiattolo volante, è un animaletto amabile: può essere tenuto sul palmo di una mano, ha pelo bruno, corpo snello e musetto triangolare. Normalmente vive in Australia e Indonesia. Capita spesso che i turisti occidentali approdati nell'emisfero australe desiderino portarsi a casa un ricordino della vacanza e il petauro è perfetto: non richiede permessi speciali per essere importato, lo si trova senza sforzo nei boschetti australiani ed eventualmente si nasconde facilmente durante il viaggio, in grembo o sotto un'ascella. Peccato però che l'operazione sia vivamente scoraggiata dai veterinari che invece suggeriscono di scegliere lo scoiattolo volante nato in cattività, per evitare traumi alla bestiola, ma anche e soprattutto per arginare (o forse solo rimandare) il problema della trasmissione di patologie di vario tipo.
    Quella dei souvenir viventi di ritorno da vacanze esotiche è una moda (pericolosa) scoppiata negli anni ottanta e, soprattutto, è uno dei modi più banali per trasferire virus e malattie da un paese all'altro, facendoli approdare in ambienti non preparati ad accoglierli. Il pericolo della diffusione di epidemie è in agguato: patologie pressoché innocue in un paese rischiano invece di essere letali per uomini, animali e piante in un'altra zona che non ha dalla sua i tempi di adattamento dell'evoluzione. Secondo i biologi questi contagi sono fulminanti e pericolosissimi e il fenomeno, grazie alla facilità degli spostamenti e alle distanze sempre più ridotte, sta prendendo proporzioni inquietanti, al punto che ambientalisti e scienziati hanno coniato il termine di "bioinvasione" per definirlo.
    I bollettini delle epidemie bioinvasive parlano chiaro. Il morbo della mucca pazza, uno dei casi più noti, ha decimato i pascoli britannici, per poi diffondersi rapidamente anche in Irlanda, Belgio, Svizzera, Francia e Portogallo; qui per arrestare l'encefalopatia spongiforme dei bovini, intere mandrie sono state macellate. Solo in Gran Bretagna sono stati spesi miliardi, senza contare che dopo macellazioni e quarantene l'intero settore dell'allevamento è rimasto gravemente compromesso. Altro esempio, non troppo dissimile, è quello della febbre epizootica dei maiali che non ha colpito solo l'Europa, ma anche Brasile, Taiwan, Corea e Giappone. Da poco queste regioni si sono trovate a combattere con l'herpes dei suini, probabilmente arrivato dalla Cina. Ci sono anche i casi della Malaysia, dove un virus conosciuto come Nepha, oltre a mandare in rovina la produzione di carne suina, ha anche ucciso un centinaio di persone, e del Messico, dove decine di milioni di polli sono stati sterminati per fermare l'epidemia causata dal virus Exotic Newcastle.
    La lista è sempre più lunga e la conclusione è evidente: qualora queste malattie non fossero direttamente pericolose per l'uomo, si tratterebbe comunque di un problema in grado di paralizzare l'economia. Le cause dei contagi sono molteplici e non sempre si tratta di fenomeni involontari, come quello del turista che va in vacanza nell'isola sperduta del Pacifico con il suo cane, salvo poi contagiare la selvaggia fauna locale con malattie proprie degli animali domestici occidentali, o quello dell'insetto e dell'uccello che approdano su nuovi lidi impestando animali e piante del paese ospite con malattie lontane.
    Esistono anche i contagi dovuti a quello che alcuni definiscono bioterrorismo, un sistema diffuso tuttora e che affonda le radici nella prima e nella seconda guerra mondiale con la diffusione di armi batteriologiche in grado di devastare coltivazioni e mandrie. Il meccanismo oggi si è affinato e contagiare i campi e il bestiame di una regione o di un'azienda rivale è diventata una tattica poco costosa e dai risultati pericolosamente efficaci e duraturi. Come arginare le epidemie del nuovo millennio? Alle bionvivasioni si possono contrapporre solo ricerca e controlli scientifici. Il Wto per esempio ha previsto anni fa severi (e, secondo i critici, poco realistici) programmi di ispezione. Ma non basta: bisogna puntare di più sulla ricerca; impresa non semplice specialmente se i finanziamenti sono troppo scarsi e le ispezioni vengono condotte da sparute e insufficienti squadre di ispettoriù.

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