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TERRA TERRA
06.06.2001
  • | di MARINA FORTI
    Colombia: gli Embera in pericolo
    I

    l rapimento è avvenuto sabato, il 2 giugno, a Tierralta, nel territorio della riserva indigena Karagabi, distretto di Cordoba, Colombia. Tre uomini armati su motociclette hanno preso Kimi Pernia Domico, un leader noto e importante degli indigeni Embera-Katio, nell'alto Sinù. La notizia ci giunge attraverso la rete del International Rivers Network, insieme a un appello: "Gli Embera-Katio hanno bisogno di aiuto per ottenere che Kimi sia rilasciato vivo dal gruppo armato che l'ha rapito".
    Kimi, nipote di uno sciamano Embera, è stato in diverse occasioni portavoce e negoziatore per conto della sua comunità espropriata della terra in seguito alla costruzione di una diga sul fiume Sinù (la diga di Urrà), e insieme deprivata dei mezzi di sopravvivenza, dell'autonomia, dei diritti più elementari. La stampa colombiana aveva conosciuto Kimi quando gli Embera-Katio, giunti nella capitale Bogotà dopo una marcia dimostrativa nel dicembre 1999, avevano occupato per ben quattro mesi il ministero dell'ambiente. Era il momento in cui la costruzione della diga giungeva al termine e il lago artificiale cominciava a sommergere le terre abitate da quella popolazione indigena: 470 ettari di territorio legalmente assegnato alla comunità. Del resto, già da due anni lo sbarramento sul fiume aveva stravolto la vita degli Embera: con la diga il flusso d'acqua nel fiume era diminuito e la zona umida a valle, vivaio di riproduzione del pesce, si era seccata. Scompariva così la fonte di sostentamento di quella comunità di pescatori e contadini, nella cui dieta il pesce è l'alimento base. Gli Embera non avevano visto neppure l'ombra dei risarcimenti promessi dalla società (statale) proprietaria della diga, che anzi si era rimangiata gli accordi irmati due anni prima su misure per "mitigare l'impatto" dell'opera. Quello che avevano visto invece era una vera guerra d'occupazione con villaggi devastati, case bruciate, rapimenti, e l'uccisione sistematica dei loro leader - una strategia deliberata per disorientare la comunità, piegarne la resistenza e infine cacciarla da quelle terre (terraterra, 5 marzo e 15 dicembre 1999).
    La clamorosa occupazione al ministero dell'ambiente si era conclusa il 19 aprile del 2000 con la firma di un accordo tra gli Embera-Katio, la società della diga (Urrà S.A.) e il governo, in cui erano elencate misure per garantire il benessere, i diritti e la dignità della comunità indigena. In quel periodo Kimi è stato tra i leader più esposti, in quanto portavoce e negoziatore. Nel febbraio di quell'anno (a occupazione in corso) aveva anche visitato gli Stati uniti, dove aveva tenuto conferenze pubbliche e audizioni con senatori e deputati Usa: aveva dato testimonianza della collaborazione tra militari e paramilitari e spiegato perché gli aiuti militari accordati da Washington alla Colombia avevano conseguenze devastanti per la popolazione civile. Aveva parlato poi della diga di Urrà, e del suo impatto. Aveva detto che l'escalation di violenza contro gli Embera-Katio era causata dalla lotta di potere tra forze paramilitari e guerriglia: "Siamo presi tra due fuochi. Ci minacciano, bruciano le nostre case e le nostre canoe, uccidono i nostri leaders, ci tirano dentro una guerra che non è nostra", aveva detto Kimi.
    A un anno da quell'accordo, la violenza contro la popolazione indigena continua. Oggi paramilitari e guerriglia impediscono l'accesso al territorio Embera, avverte l'allarmato dispaccio del International Rivers Network. Le intimidazioni verso quei rompiscatole di Embera-Katio sono riprese; di recente diverse persone sono state rapite dai paramilitari e otto contadini sono stati uccisi dalla guerriglia. Per questo gli attivisti latinoamericani dell'International Rivers Network lanciano un appello a mobilitarsi e scrivere lettere al presidente colombiano, agli ambasciatori della Colombia nel mondo, all'ambasciata Usa a Bogotà (gli indirizzi e il testo dell'appello sono al sito www.irn.org). La scomparsa di Kimi è segno pericoloso: la guerra d'occupazione non è finita.

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