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TERRA TERRA
25.01.2001
  • | di FRANCO CARLINI
    Anche il vaccino può impazzire
    L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) già credeva di potere emettere un sospiro di sollievo e di infilare un altro successo globale nella lotta contro le malattie. Era pronta infatti ad aggiungere la polio all'elenco di quelle definitivamente sconfitte e sradicate, come il vaiolo, da ricordarsi solo nei manuali di storia della medicina. E invece, nel giro di pochi mesi, è tornato l'allarme, o quantomeno un certo allarme. Dalla repubblica di Santo Domingo sono stati segnalati sei casi di polio e uno dalla vicina Haiti; immediatamente è stato attivato il più esperto tra i servizi mondiali di diagnosi e riconoscimento, il Center for Diseases Control and Prevention (Cdc) di Atlanta e in ottobre il responso è stato che non si tratta della solita polio, ma di un virus mutante, figlio di quello indebolito che viene usato nelle vaccinazioni orali. Di mutazione in mutazione questo è tornato a essere aggressivo verso gli umani e, soprattutto, capace di trasmettersi.
    E' una bella doccia fredda, perché conferma che una possibilità solo teorica, ma finora mai verificatasi, è davvero avvenuta. Per capire meglio bisogna ricordare che l'antipolio orale consiste nel far bere ai bambini una certa dose di vaccino il quale altro non è che il virus stesso della polio; esso però è passato attraverso successivi indebolimenti di modo che, nella stragrande maggioranza dei casi, non è assolutamente in grado di far ammalare l'organismo in cui entra, ma ugualmente provoca una reazione immunitaria: il corpo umano riconosce di essere stato invaso da cellule estranee e nemiche e produce degli anticorpi contro di esse; perciò se poi per caso entrasse in contatto con un virus più attivo (naturale), quegli anticorpi lo aggredirebbero subito, annullando l'assalto.
    La vaccinazione orale, inventata da Albert Sabin negli anni '50, è particolarmente usata nei paesi poveri e in via di sviluppo; se la vaccinazione col vaccino Salk (che è fatto con un poliovirus morto) richiede la presenza di personale infermieristico, quella orale può essere effettuata facilmente, anche laddove non esistano strutture sanitarie ben sviluppate sul territorio. Offre poi un altro vantaggio: chi la riceve, da quel punto in poi e per alcuni mesi, porta con sé una certa dose di virus attivo e può contagiare i ragazzini con cui gioca o entra in contatto; ma questo non è un male, perché contribuisce a diffondere l'immunità anche a chi non sia stato vaccinato.
    Si può dunque capire il disappunto: da quando l'Organizzazione mondiale della sanità lanciò la sua iniziativa mondiale contro la polio, il numero di casi annui segnalati è caduto da 350 mila a duemila; interi continenti o grandi paesi sono stati dichiarati del tutto ripuliti (le due Americhe, l'Europa occidentale, la Cina e l'Australia) e pochi punti critici erano ormai segnalati (India, Corno d'Africa, Angola). Un paese viene dichiarato libero dalla polio quando per tre anni non registra alcun caso; questo obiettivo per esempio è prossimo anche per il territorio dell'ex Unione sovietica, dove le ultime segnalazioni risalgono al 1997.
    La tranquillità del vaccino Sabin derivava anche dal fatto che, agli esami di laboratorio, si era verificato che il virus usato nella preparazione non solo è indebolito (attraverso successivi passaggi e selezioni dei ceppi), ma anche che esso ha un tasso di mutazione assai basso, il che rende poco probabile l'emergere di forme violente e attive. Al Cdc di Atlanta (segnala una corrispondenza della rivista Nature, vol. 409, pag. 278), risulta che dopo due anni i ceppi sono ancora tra di loro simili al 99,5 per cento. E invece la sgradita sorpresa è arrivata, l'improbabile è successo a conferma che una probabilità bassa non vuol dire che sia nulla. C'è anche il sospetto che alcuni casi non sufficientemente studiati, emersi in Egitto nel decennio precedente abbiano seguito un itinerario analogo: mutazioni "cattive" del virus contenuto nel vaccino. Non resta che accentuare il monitoraggio, specialmente nei paesi più delicati dove la vaccinazione non raggiunge la maggioranza della popolazione. E cercare di studiare, in laboratorio, le caratteristiche genetiche dei nuovi virus mutanti.
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