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TERRA TERRA
05.07.2001
  • | di FRANCO CARLINI
    La catena del valore dello shahtoosh
    Una conferenza stampa congiunta, tra Londra, Pechino e New Delhi è stata realizzata da due associazioni benemerite nella battaglia per le specie protette, l'International fund for animal welfare e il Wildlife trust of India. Hanno presentato un rapporto molto preoccupante, frutto di alcuni mesi di indagini tra il Tibet, la Cina, l'India e il ricco occidente. E' un aggiornamento di quanto purtroppo si sapeva a proposito dell'antilope tibetana e della sua imminente scomparsa. Solo che le cose stanno andando anche peggio del previsto. Il viaggio (raccontato anche sul sito web www.ifaw.org) comincia nelle boutique di alta moda di Londra dove agli investigatori volontari delle associazioni ambientaliste è stato offerto nel maggio scorso uno scialle di shahtoosh per la modica somma di 17.600 dollari, diciamo 40 milioni di lire. Lo shahtoosh è il re della lana (questo significa l'antica parola persiana) perché estremamente leggero, soffice e morbido; i singoli fili hanno le dimensioni di un quinto dei capelli umani. Si ottiene dal pelo dell'antilope chiru (il nome scientifico è Pantholops hodgsonii), che vive in una vasta area dell'altopiano del Tibet. Gli scialli di shahtoosh erano tradizionalmente usati dalle famiglie indiane di alto rango, in numero limitato e in fondo "sostenibile", ma dagli anni '80 lo shahtoosh è divenuto un oggetto di gran moda, uno di quelli che un vero ricco deve obbligatoriamente possedere o nella versione da donna, un metro per due, o in quella per uomo, tre metri per uno e mezzo.
    Ora un po' di matematica elementare: uno scialle da donna pesa appena 100 grammi, ma richiede 3-400 grammi di lana per essere fabbricato e poiché da una singola antilope chiru si possono ricavare solo 150 grammi di lana grezza, ecco che uno scialle femminile corrisponde all'uccisione di tre animali, mentre cinque ne richiede un capo d'abbigliamento maschile. Uccidere? Sì, perché le antilopi sono selvagge e irraggiungibili e comunque non possono essere allevate né tosate. Vengono abbattute in numero crescente, segnala il rapporto, malgrado questa specie risulti tra quelle maggiormente protette dal punto di vista legale. Da ben 23 anni infatti sono inserite nell'Appendice I della Convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate (Cites), il che significa che sarebbe proibito non solo cacciarle e ucciderle, ma anche recar loro qualsiasi disturbo. Il commercio dell'animale o di sue parti prevede l'arresto e multe pesanti, come quella che è toccata alla boutique londinese che vendeva abusivamente gli scialli.
    Ma la domanda occidentale resta alta, altro esempio della follia consumistica e scriteriata dei giorni nostri. Così, secondo le autorità cinesi, la popolazione attuale di chiru si è ridotta a soli 75 mila individui, ovvero a un decimo di quella che era dieci anni fa. Erano milioni all'inizio del secolo scorso.
    La catena del valore è stata così ricostruita dalle due associazioni ambientali: un bracconiere ottiene 50 dollari per ogni pelle di antilope che porta alla lavorazione. Come pelli o come lana grezza la mercanzia proibita viene acquistata dai mercanti che salgono da Lhasa, la capitale del Tibet o da Shigatse. A Taglakot, nei pressi di un passo che porta verso l'India, gli investigatori ecologici hanno incontrato un commerciante che aveva 15 chili di lana pronti, offerti a 1200 dollari al chilo, garantendone il trasporto fino a New Delhi grazie a un'opportuna organizzazione di corrieri. La lavorazione degli scialli avviene invece quasi esclusivamente nello stato indiano di Jammu e Kashmir, la cui Alta Corte, nel maggio dell'anno scorso, ha deciso di rafforzare il divieto; ne è seguita la mobilitazione degli imprenditori locali (circa 70 in tutto) e dei lavoratori (circa 1200 persone) i quali si sono organizzati in sindacato per difendere il posto di lavoro. A New Delhi infine, nella boutique di un albergo a cinque stelle, i nostri investigatori hanno trovato scialli di alta qualità per 650 dollari, comprensivi della consegna a domicilio in Europa, dove appunto il prezzo sale di 25 volte. Facile capire chi ci guadagna di più, e ancora una volta è il ricco occidente del Wto e del G8.

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