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| di GIULIANO SADAR
Il fagiano "pronta caccia"
R
ipopolamento. Bella parola. Riecheggia una voglia virtuosa e a volte un po' ingenua di rispetto dell'ambiente. Una voglia di recupero della "natura" alle condizioni precedenti i danni operati dell'uomo. Anche con i fagiani cosiddetti "pronta caccia" si ripopola l'ambiente. Ma solo per una notte o poco più.
Si tratta di animali fra i più disgraziati, schiavi della libidine venatoria dell'uomo, tirati su in batteria in allevamento per venire liberati e finire impallinati da qualche cacciatore della domenica. Caccia facile, rasoterra, roba da tiro al bersaglio al luna park. Perché i fagiani nati in cattività, abituati in gabbia, ai mangimi, quindi inadatti alla vita selvatica e alla ricerca autonoma del cibo, finiscono subito preda di volpi e altri animali selvatici. Spesso già la prima notte: questi poveri animali appena liberati non dormono sugli alberi come fanno per istinto i loro "cugini" selvatici, perché gli alberi non sanno cosa sono. Rimangono quindi a terra e almeno il 50 per cento rimane vittima di stenti o di altri animali. Solo nel Friuli-Venezia Giulia vengono "prodotti" e "liberati" 250.000 fagiani pronta caccia l'anno. Un giro d'affari che, riferito solo alla vendita, nella regione dell'estremo Nordest sfiora i 4 miliardi. Un fagiano d'allevamento è venduto a un prezzo che oscilla fra le 12 e le 15.000 lire. Secondo la legge regionale n. 30, è vietato liberarli dalla terza settimana di settembre al 31 gennaio. Ciò per dare la teorica possibilità agli animali sopravissuti di inserirsi nella vita selvatica per poter poi affrontare i cacciatori a condizioni di maggior "parità". Questo però avviene solo in parte, perché il divieto vale solo per quelle che il linguaggio burocratico chiama "aziende faunistico venatorie", in pratica le riserve di caccia private, senza scopo di lucro. Il divieto non vale invece per le "aziende agri-turistico venatorie", dove la caccia è permessa sempre, a pagamento. I fagiani, nel passato specie autoctona del Friuli-Venezia Giulia, sono quindi involontari protagonisti di un ripopolamento di massa, pratica ben diversa dalla gradualità con cui dovrebbero venir gestiti questi processi, che si ripete invariata e abortita ogni anno. Una pratica che sopravvive fra i meandri della legge 157/92 che consente la caccia "purché non contrasti con l'esigenza di conservazione della fauna selvatica". Una pratica che viene accettata da molti protezionisti, preoccupati più della conservazione "meccanica" della specie che dei risvolti etici del rapporto uomo-animale.
Sarebbe tutto qui, e sarebbe già abbastanza. Se un'altra polemica questa primavera non avesse avvelenato in Friuli-Venezia Giulia il rapporto fra allevatori di fagiani e cacciatori. Questi ultimi hanno infatti accusato gli allevatori di produrre fagiani inquinanti. Animali che verrebbero allevati a suon di antibiotici, additivi chimici e antidepressivi nei mangimi, ripetendo i peggiori protocolli degli allevamenti intensivi. E che in ogni caso verrebbero "liberati" troppo presto, ben prima dei previsti quindici giorni di "astinenza" dai prodotti chimici che farebbero loro smaltire le schifezze con cui sarebbero stati rimpinzati nel loro primo (e ultimo) periodo di vita. Fagiani deboli e ammalati, pieni di robaccia, abbandonati in quell'inferno sconosciuto che è per loro l'ambiente naturale, che diventerebbero in questo modo inconsapevoli e pericolosi "untori" dell'ambiente, e cibo inquinanti per i predatori e per l'uomo stesso.La polemica ha avuto un botta e risposta sul Gazzettino di Venezia: "I nostri fagiani sono sicuri e di qualità", hanno replicato gli allevatori della regione, assicurando di allevare gli animali con metodi e mangimi naturali, e lamentandosi di non poter programmare la propria attività dato il veloce mutamento delle leggi venatorie.
Chi ha ragione? Chissà. Di sicuro hanno torto i fagiani. Anzi, i fagiani "pronta caccia". Soprannominati così dagli umani.
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