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TERRA TERRA
20.07.2001
  • | di MARINELLA CORREGGIA
    Una stalla globale
    Secondo due recenti studi, un futuro di polli e maiali stipati negli allevamenti intensivi si sta delineando per il Sud del mondo. Mentre la propensione all'export di carne continua, i locali ceti medi e abbienti - per fattori pubblicitari, di imitazione e altro - hanno fame di carne. Non tanto bovina, quanto suina e avicola. In Ecocidio, Jeremy Rifkin si occupa dell'allevamento bovino - forse perché il testo originale inglese, Beyond the Beef, è stato scritto nel 1991, o forse perché è centrato su Usa e Sudamerica; ma il vero boom in Asia, Africa e anche America Latina riguarda le carni cosiddette "alternative": polli, maiali, ovocaprini e pesce di allevamento.
    "The livestock revolution: development or destruction?" è una dettagliata ricerca condotta dall'organizzazione "agroanimalista" inglese Compassion in World Farming in cinque paesi zootecnicamente "rampanti" - Cina, Brasile, India, Thailandia e Sudafrica. Fotografa il netto passaggio all'allevamento intensivo di polli e maiali, anche in Brasile dove pure continua la produzione di carne bovina e di soia a scapito della foresta; e anche in India, paese sempre meno vegetariano e sempre più esportatore carneo. La ricerca coglie le enormi sofferenze animali in contesti intensivi - e successivi macelli - dove le leggi sul benessere animale non esistono (in India sì, ma non sono rispettate) e andrebbero varate; e considera le conseguenze umano-ambientali-sanitarie, proponendole alla riflessione dei poco previdenti governi del Sud e delle agenzie di cooperazione.
    La zootecnia intensiva è inquinante ed energivora e danneggia gli umani poveri, che ne sono esclusi come produttori e come consumatori. Se i bovini da carne soppiantano le foreste e le piccole proprietà contadine, i maiali e polli a chiuso non fanno meglio, anzi. Infatti, mentre i bovini nel piccolo allevamento tradizionale hanno una molteplicità di funzioni da vivi (dal lavoro agricolo al latte alla concimazione) e possono nutrirsi di sottoprodotti agricoli o su terre marginali, i polli e i maiali della zootecnia intensiva - l'unica che permette grandi numeri per le pance cittadine e l'export - sono direttamente concorrenti con gli esseri umani; i loro mangimi sono fatti di cereali, semi oleosi e proteaginose, importati o locali; con la solita bassa resa.
    Un altro studio - The livestock Revolution 2020 dell'International Food and Policy Research Institute (Ifpri) - spiega l'impennata delle stalle avicole e suine terzomondiali con l'omologazione del modello alimentare mondiale. Nel 2020, la domanda mondiale "interna" di carne nel Sud del mondo sarà raddoppiata rispetto al 1995: 190 milioni di tonnellate (nel Nord aumenterà "solo" del 20%); la domanda di carne di maiale aumenterà di tre volte in Asia e due volte in America Latina e Africa. Certo, anche nel 2020 il consumo pro capite di carne sarà sempre diseguale fra Nord e Sud, ma meno di ora (siamo a quota 80 contro 17). Dove si troveranno le risorse vegetali per mangiare tutti più carne, non si dice. Un mondo come ipermacello globale, in ogni caso, non è una bella visione.

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