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TERRA TERRA
08.09.2001
  • | di FRANCO CARLINI
    Il virus che venne dal Nilo
    Come nell'estate del 1999. Anche quest'anno il misterioso virus del Nilo occidentale (West Nile virus) ha dilatato la sua presenza negli Usa. Nei giorni scorsi le autorità sanitarie del Wisconsin hanno reso noto che è arrivato anche lì, dove due corvi sono risultati positivi, anche se non risulta ancora alcun caso di persone infettate e ammalate. Conferme della presenza del virus anche dallo stato candese di Ontario dove la sua presenza è stata segnalata il 22 agosto e ora confermata in 22 uccelli morti.
    Questo virus, per la prima volta identificato in Uganda nel 1937 e poi ampiamente riconosciuto nel bacino del Nilo in Egitto negli anni '50 è tipico degli uccelli, nel cui organismo si replica, e viene propagato dalle zanzare. Occasionalmente una zanzara vettore può anche infettare gli esseri umani o altri animali come i cavalli e in questi casi l'organismo può avere reazioni molto differenti, che vanno da leggere febbri a pericolose encefaliti. La sorpresa viene dalla rapidità di propagazione del virus che dal 1999 è sbarcato anche in America e precisamente nell'area di New York. Allora 62 persone anziane si ammalarono e 7 ne morirono. Nell'estate successiva l'area di infezione si estese, ma anche grazie alle campagne di prevenzione il numero di ammalati fu solo di 18 persone con un morto. Nell'anno in corso è deceduta un'anziana signora di 71 anni in Georgia. Ora appunto l'allarme arriva dal Wisconsin, confermando che l'area di infezione si va rapidamente estendendo, anno dopo anno. A differenza della malaria, la trasmissione da umani a umani non avviene: una persona può essere infettata, ma non diventa a sua volta soggetto di propagazione, il che limita gli effetti epidemici.
    Si tratta dunque di una malattia rara e statisticamente poco preoccupante, ma il fatto che essa sia arrivata anche in aree affluenti e popolate come quelle nordamericane ha fatto sì che l'interesse della scienza medica si sia acceso particolarmente, alla ricerca di una maggiore comprensione dei meccanismi di propagazione, di farmaci efficaci per la cura e eventualmente di un vaccino. In molti casi le persone colpite nemmeno se ne accorgono, dato che si tratta solo di un po' di febbre passeggera, tipo influenza, ma in una piccola percentuale di casi (tra l'1 e il 2%) gli effetti possono essere devastanti, specialmente tra le persone anziane e in quelle con deficit immunologici dove l'organismo ha meno difese proprie: non essendo ancora stata trovato un farmaco adatto, tutto quello che i dottori possono fare è di alleviare i sintomi, che sono quelli di una grave encefalite, e lasciare che l'organismi reagisca da solo, al meglio che può fare. Nel caso delle persone colpite dal virus nel 1999, specialmente le persone anziane hanno sofferto: la gran parte di loro ancora tre mesi dopo la malattia aveva perdite di memoria, affaticamento generale dei muscoli, stati confusionali. Intense in tutto il continente le campagne di prevenzione e di allarme che raccomandano di svuotare le pozze d'acqua dove le zanzare si riproducono e di cercare di evitare le punture, indossando abiti con le maniche lunghe alla sera. Un po' poco, effettivamente.
    Sul fronte della cura molte sono le sperimentazioni sono in corso. Per alcuni mesi era sembrato che un medicinale già usato con successo contro l'epatite C, il Ribavirin, avesse un buon effetto contro il virus, almeno nelle sperimentazioni in culture di laboratorio. Ma questi risultati sono stati messi in dubbio da altri studiosi, e c'è anche il sospetto che abbia effetti collaterali tossici. Nell'attesa di un farmaco efficiente, molti degli studi sono stati dedicati a seguire l'espandersi geografico del fenomeno e a identificarne per tempo la presenza. Se ne occupano quelli del Cdc di Atlanta, il più grande centro al mondo per le malattie infettive. Lo scopo è almeno quello di trovare degli indicatori che possano segnalare il propagarsi geografico del virus. Nel caso di un'altra analoga e relativamente misteriora malattia virale, il cosiddetto morbo di St Louis, in ogni area vengono periodicamente controllati dei campioni di galline, per verificare l'eventuale presenza del virus, ma la tecnica non sembra funzionare per il West Nile virus.

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