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TERRA TERRA
11.01.2002
  • | di FULVIO GIOANETTO
    I diritti delle zebre, e degli umani
    Delle zebre di montagna (Equus zebra), già decimate in epoca lontana ai coloni boeri, restano ormai solo duecento esemplari nel parco di Cradock in Sud Africa. Le altre due specie di zebre sopravvivono protette nei parchi naturali, meta di turisti e safari fotografici. Colorano i paesaggi delle savane, ma anche delle montagne sudafricane e della Namibia, fino ai 4.400 metri. Sono anche un mistero dell'evoluzione che zoologi e biologi evoluzionisti ancora non sono state in grado di risolvere. Da parecchio tempo infatti si interrogano sulla funzione adattiva delle loro striscie. Fra le ipotesi, finora quella ortodossa parlava di mimetismo: il gioco delle striscie servirebbe per modificare il contorno esatto dell'animale al fine di proteggerlo dagli attacchi dei leoni e delle iene, creando nei predatori una specie di illusione ottica. Ma il leone le attacca ugualmente con precisione e le striscie in effetti non servono per mimetizzarle nemmeno fra gli arbusti della savana, anche perché le zebre sono animali mobili e rumorosi. Non regge neanche un supposto effetto di "confusione visuale" della mandria in movimento, perché rapidamente un leone può isolare una zebra in un gruppo e farne sua preda.
    Altre ipotesi, meno ortodosse, per spiegare le striscie parlano di una funzione di riconoscimento personale per ciascun animale (ma perché allora i cavalli selvaggi si riconoscono fra di loro senza nessun segno distintivo sulla livrea ?), di presunti vantaggi evolutivi di una funzione termodinamica (l'alternanza di bianco e nero creerebbe una specie di corrente rinfrescante, dove il color nero ritiene il calore e il bianco lo riflette) o di eventuale protezione biologica contro le zanzare tsé-tsé (questi insetti parassiti che si orientano con la vista e non con l'odorato sarebbero ingannati dall'alternanza delle striscie bianconere; ma perché allora nelle savane le zanzare non costituiscono un problema ad altre specie di erbivori che condividono l'habitat con le zebre?).
    Molte culture, africane e no, sono state affascinate da quest'animale, incuriosite dalla livrea e dal suo comportamento. Per gli uomini del Medioevo europeo la zebra era un asino selvaggio, e dunque nero con striscie bianche: un animale spaventoso e diabolico. Per quelli dell'epoca illuminista, si trattava al contrario di un cavallo bianco con strisce negre: il piú bel animale del creato. Venerata come manifestazione di entità animiste dalle culture swahili, la zebra, insieme ai leoni e alle giraffe, è uno degli elementi indispensabili del paesaggio ecoturistico e conservazionista delle savane africane.
    In Zimbabwe tuttavia le zebre sono entrate di recente nella cronaca sociale e ambientrale: da qualche settimana centinaia di contadini e piccoli allevatori hanno invaso con il loro bestiame gli 11.000 ettari del controverso parco nazionale Gonarezhou, stabilendovi alcuni villaggi, e le zebre hanno cessato di rappresentare curiosità scientifiche o attrativitá turistica. Adesso sono invece al centro di una disputa ecologica con il governo di Robert Mugabe, che aveva iniziato la polemica riforma agraria con l'obiettivo di redistruibire 3.000 ettari dei latifondisti bianchi alle impoverite popolazioni locali. La gente protesta perché gli introiti turistici, che rappresentano la seconda entrata economica del paese, vanno a esclusivo beneficio dei funzionari; quanto alle zebre esse rappresenterebbero una buona fonte di carne fresca. Molti chiedono che le terre e gli animali del tanto pubblicizzato progetto di Parco della Pace transfrontaliero Gonarezhou-Gazaland-Kruger, che si stende fra Zimbabwe, Mozambico e Sudafrica, siano redistribuite con la nuova riforma agraria. Dietro tali richieste ci sono le necessità della sopravvivenza quotidiana, la povertá e la fame endemiche e l'incapacitá governativa di stabilire dei programmi di conservazione che tengano conto delle legittime necessità delle popolazioni locali, sempre piú urbanizzate, impoverite e deculturalizzate.

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