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TERRA TERRA
19.01.2002
  • | di PAOLA DESAI
    Le gru non sorvolano l'Afghanistan
    Dopo due mesi di bombardamenti, tre anni di siccità, vent'anni di guerriglie, parlare di "catastrofe ambientale" in Afghanistan sembra quasi un sovrappiù - qualcosa di laterale rispetto alla catastrofe umana, sociale e politica di quel paese. Ma a ben guardare, le cose non sono così separate. Guerriglie e guerre hanno causato un degrado veloce dell'ambiente, e questo ha approfondito la miseria umana...
    La deforestazione è un esempio. L'Afghanistan è tagliato nella parte centrale, grossomodo da ovest a est, dalla catena montagnosa dell'Hazarajat e dell'Hindukush. Le montagne erano boscose, neppure troppo tempo fa, e la regione sud-orientale era coperto da vegetazione annaffiata ogni estate dalle ultime propaggini delle piogge monsoniche che alimentano il sistema idrico del subcontinente indiano. Oggi l'Afghanistan è un paese brullo, i boschi coprono appena il 2% del territorio del paese, e pare che il taglio del legname sia accelerato durante gli anni dei Taleban. Dal Khyber Pass abbiamo visto, anche durante la guerra, scendere camion carichi di tronchi diretti in Pakistan, dove gli ambientalisti parlano di "mafia del legname". A dare un ultimo colpo, i bombardamenti che continuano ancora in queste settimane per "snidare" gli ultimi combattenti Taleban, o di Al Qaida contribuiscono ora a distruggere il poco che resta.
    In Afghanistan poi vagano circa 4 milioni di sfollati - prima per la siccità, da ultimo anche per la guerra. Nelle ultime stagioni, masse di sfollati hanno ripulito ampie zone di vegetazione spontanea per coltivare e sfamarsi, o per raccogliere legna da ardere, e questo aggrava ovviamente la deforestazione e il dissesto dei terreni nel medio termine. E ciò rende più difficile il compito di ricostruire l'economia agricola.
    I bombardamenti poi hanno avuto un impatto devastante sulla fauna selvatica. Ad esempio hanno tagliato la strada seguita da uccelli migratori come i pellicani e l'ormai rara e minacciata gru siberiana, che ogni autunno lascia gli stagni della Siberia per andare a svernare al caldo tra Pakistan e India - la rotta principale sorvola proprio l'Afghanistan. Sembra che il numero di gru e altri uccelli migratori che sorvola il paese sia crollato dell'85%, secondo le stime di esperti ambientali del Wwf-Pakistan - e si può ben capire. Altri animali selvatici in pericolo sono il leopardo di montagna, le gazzelle, gli orsi, la "capra di Marco Polo", specie che per secoli hanno trovato rifugio nei terreni accidentati - dove ora si nascondono mojaheddin e sfollati. La competizione per le risorse diventa più severa. Il raro leopardo delle nevi è ora ricercato per la sua pelliccia: una può fruttare anche 2.000 dollari sul mercato nero, e risolvere i problemi di più d'una famiglia in fuga. Dal punto di vista della conservazione della specie, è un tracollo. Si pensa che appena 5.000 leopardi delle nevi sopravvivano in tutta l'Asia centrale, di cui un centinaio in Afghanistan - dove sono già stati decimati dalla caccia di frodo ben prima del conflitto. Un altra specie molto contrabbandata sono i falconi (vivi, visto che sono apprezzati nelle regioni arabiche dove saranno addestrati alla caccia).
    Senza contare il disastro potenziale dei residui tossici disseminati con le bombe. Pare che l'uranio esausto sia stato usato in Afghanistan meno che in Kosovo e in Serbia, ma anche solo gli esplosivi convenzionali disseminano composti tossici e carcinogeni. Di tutto questo si occuperà la missione delle Nazioni unite che in febbraio andrà in Afghanistan per fare il punto sulla situazione ambientale: "Un ambiente sano è il prerequisito per la riabilitazione", ha dichiarato giorni fa Klaus Toepfler, il capo del programma dell'Onu per l'ambiente (Unep), e riferita all'Afghanistan la frase suona amara...

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