mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
05.02.2002
-
| di FRANCO CARLINI
Grandi cacciatori, cioè sterminatori
L'eretica teoria venne pubblicata in un articolo famoso nel lontano 1967 dal paleontologo Paul Martin, dell'università dell'Arizona a Tucson: sosteneva che non il clima, né altri fattori ambientali causarono la scomparsa della megafauna dal continente americano, allora popolato da una grande ricchezza di specie come mammuth, tigri dai denti a sciabola, mastodonti eccetera. A far sparire assai rapidamente quei grandi mammiferi sarebbero stati invece gli umani, penetrati nelle Americhe dal nord (provenendo dall'Asia) e da allora in perpetua e continua migrazione a discendere fino alla Patagonia. Popolazioni di cacciatori assai addestrati seguivano le loro grandi prede e, strage dopo strage, senza nemmeno rendersene conto, non ne lasciarono più nessuna. Avvenne circa undicimila anni fa.
La tesi di Martin è rimasta lungamente controversa e dibattuta, ma di recente ha trovato significative conferme, e non solo per quanto riguarda il continente americano, ma anche per un'altra antecedente e separata estinzione, quella avvenuta in Australia, anche in quel caso in coincidenza temporale con l'arrivo della nostra specie. La prova provata naturalmente non c'è perché nelle scienze della vita gli esperimenti non sono ripetibili: sono storia, passato, e si può soltanto cercare di accumulare degli indizi e di verificare quali sono maggiormente consistenti con l'uno o l'altro modello. Bene: l'anno scorso sono state condotte delle accurate datazioni cronologiche sui resti dei grandi animali del continente australiano da una squadra di ricercatori guidati da Richard Roberts di Melbourne e esse appaiono davvero abbastanza convincenti (sono stati pubblicate sulla rivista Science, vol. 292, pag. 1888); attraverso tutto il continente (28 siti) le estinzioni avvennero tra 51.200 e 39.800 anni fa e dunque "poco dopo" (parliamo di tempi geologici) l'arrivo degli umani (56 mila anni fa). Nel caso australiano l'ipotesi favorita non attribuisce la scomparsa alla caccia diretta, ma piuttosto alle alterazioni dell'ambiente che l'uomo provocò, per esempio bruciando il terreno per meglio cacciare e inseguire le prede. Quanto alla storia americana, anche in questo caso non c'è prova, ma indizi sostanziosi sì, e i più recenti vengono da una meticolosa simulazione al computer realizzata da John Alroy dell'università di California a Santa Barbara (Science, vol. 292, pag. 1893). In questi casi tutto dipende dalla bontà del modello, e cioè dalla sua completezza e dalle interazioni che esso prevede tra le diverse variabili. Poi "si fa girare" il computer variando i dati di partenza e si guarda cosa succede. Dunque il programma di Alroy immagina una popolazione iniziale di cacciatori che entri in America dall'Alaska 14 mila anni fa e che si trovi in un territorio vergine dove diverse specie di animali competono tra di loro per il cibo. Tra le variabili in gioco c'era la rapidità di spostamento dei cacciatori e la loro efficienza nel cacciare. Occorreva poi tenere conto del tasso di crescita della popolazione umana, così come della dispersione geografica delle specie e della loro riproduzione. Insomma, un sistema di equazioni assai complicato, come del resto complicate sono le relazioni tra clima, animali, piante, territorio e uomini.
La cosa rimarchevole, tuttavia, è anche abbassando l'abilità umana nel cacciare, alla fine si arriva sempre alla estinzione completa dei mammiferi americani. Solo in tre prove, con parametri estremamente particolari e non realistici (come una densità di popolazione umana bassissima), la simulazione produsse come esito la sopravvivenza delle specie. Il meccanismo in fondo è ben noto: i grandi animali fanno pochi figli e hanno lunghi periodi di gestazione e perciò se la caccia è intensa il loro numero scende rapidamente a livelli così bassi che la scomparsa è sicura. Il modello, oltre a tutto, risulta così realistico da prevedere anche la sopravvivenza di tre specie: bisonti, alci e cervi, che effettivamente scamparono a quella distruzione, salvo tornare a essere minacciati oggi, magari dalle motoslitte del parco di Yellowstone.
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