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TERRA TERRA
12.02.2002
  • | di FRANCO CARLINI
    Ultime inglesi sugli Ogm
    "Piante geneticamente modificate per uso nutritivo e per la salute umana: un aggiornamento", il titolo, assai neutro e tecnico, si riferisce a un rapporto appena consegnato dalla Royal Academy inglese è appunto una nuova versione di una precedente ricerca svolta nel 1998 sullo stesso argomento. Lo si legge sul sito www.royalsoc.ac.uk. Non contiene affermazioni clamorose, né a favore degli organismi geneticamente modificati (Ogm) né in senso contrario. Ma proprio per questo è importante e andrebbe letto con attenzione. In Inghilterra, come noto, dopo una fase di iniziale ed eccessivo entusiasmo per le "nuove piante", è subentrata invece una ragionevole cautela, come nel resto d'Europa peraltro. La ricerca in questione fa parte dello sforzo di sottrarre il tema all'emotività ma anche agli interessi commerciali troppo disinvolti.
    La prima raccomandazione che viene dal rapporto chiede uno sforzo più netto e trasparente verso una metodologia comune per valutare gli effetti potenziali degli Ogm sulla salute. Finora queste verifiche sono state fatte basandosi sul principio dell'"equivalenza sostanziale"; in sostanza si prende un prodotto alimentare normale (di controllo) e uno che deriva da piante modificate e se ne esamina la composizione: se le due sono sostanzialmente simili (ma sull'avverbio si può discutere all'infinito), allora non c'è da preoccuparsi per gli effetti sulla salubrità dei cibi Ogm. Questa metodologia è stata formulata dalla stessa Organizzazione mondiale della Sanità fin dal 1996, raccogliendo una proposta dell'Oecd, ma nei tempi più recenti ha ricevuto molte critiche sia dal Medical Research Council inglese che dalla Royal Society del Canada. Anche il recente rapporto inglese fa proprie tali critiche, notando che il metodo è un po' troppo soggettivo e spesso inconsistente (nel senso che non porta risultati certi e coerenti). Il rapporto fa proprie in particolare le critiche assai severe avanzate da tre ricercatori inglesi, Erik Millstone, Eric Brunner e Sue Mayer, e pubblicati a suo tempo sulla rivista Nature ("Oltre l'equivalenza sostanziale", 1999, vol. 401, pag. 525). Secondo gli studiosi "il verificare che un cibo geneticamente modificato è chimicamente simile alla sua controparte naturale non fornisce una prova adeguata del fatto che esso sia sano per il consumo umano". Insomma, se è ben vero che non ci sono prove di danni alla salute, è anche certo che occorre più serietà scientifica e meno leggerezza.
    Il rapporto mette in luce un secondo elemento, potenzialmente assai disturbante per le industrie del biotecnologico. Di solito viene detto che le piante Ogm offrono delle grandi speranze per i paesi più poveri perché da essi sarebbe possibile ricavare cibi con un più elevato valore nutritivo e persino curativo. Della prima categoria farebbe parte il famoso "golden rice" che contiene una più elevata quantità di proteina A, alla seconda le piante in cui potrebbero essere inseriti vaccini per l'uomo, semplificandone la somministrazione. Secondo il rapporto tuttavia, "al presente nel mercato commerciale non ci sono cibi Gm che siano stati modificati per accrescere la nutrizione". Cade così, almeno per il momento, e per effetto di una delle più prestigiose istituzioni scientifiche mondiali, uno dei grandi inganni che l'industria agroalimentare e i suoi lobbyisti hanno diffuso in questi anni. E' la Grande Propaganda che si immortalò nella famosa copertina di The Economist dopo le manifestazioni di Seattle: un bambino indiano malnutrito, presentato come la vera vittima dei noglobal occidentali così egoisti nelle loro fobie dal negare il cibo (sia pure Ogm) a chi ne ha bisogno. Per adesso, ci conferma la Royal Society, cibi migliori non se ne vedono e quelli in circolazione non è certo che siano innocui. Quanto al loro effetto sull'ambiente, andrà ricordato che dal Canada di recente sono stati segnalati i primi casi di incroci bastardi tra Ogm e loro cugini naturali: non era previsto e non doveva succedere, ma è successo, a conferma che tutto il settore è ricco di imprevisti e richiederebbe molta più pazienza e molta più scienza.

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