domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
26.03.2002
-
| di FRANCO CARLINI
,
L'acciaio di Bush e il riso vietnamita
Di nuovo si torna a parlare dei superdazi doganali decisi dall'amministrazione Bush sugli acciai importati. La decisione venne annunciata il 5 marzo scorso, suscitò immediate proteste da parte dell'Unione Europea e adesso darà luogo a vistose ritorsioni commerciali contro altri prodotti Usa, dalla Pepsi alle moto Harley Davidson. "E' una decisione triste che non avranno voluto prendere", dicono a Bruxelles, quasi scusandosi. L'intera vicenda contiene molti aspetti interessanti, a proposito di globalizzazione, diritti e legalità. Intanto mostra e conferma la totale insincerità di quanti sostengono la liberalizzazione degli scambi commerciali come fattore di sviluppo dei paesi più poveri. Vale la pena di ricordare che l'ultima sessione della Wto tenutasi nel Qatar si chiuse senza alcun impegno da parte dei paesi ricchi a abbattere i dazi sui prodotti tessili che vengono da quelli in via di sviluppo. Allo stesso modo la virtuosa Europa, che oggi si dice indignata per il protezionismo americano sull'acciaio, rimanda ben al di là nel tempo l'accesso ai fondi di sostegno all'agricoltura per i nuovi paesi che entreranno a far parte della Ue: non tutti i membri sono uguali, e dunque i fondi andranno prevalentemente a chi già ne gode. Nelle settimane scorse sempre l'amministrazione Usa e sempre per motivi prevalentemente elettorali (con l'occhio rivolto alle prossime elezioni) ha imposto dazi più elevati al legno che importa dal vicino Canada. Questa volta è Bush a sostenere la parte del liberalizzatore, contro il Canada protezionista; si sostiene infatti che se il legname canadese è così poco costoso, ciò avviene per effetto dei sussidi alle aziende del legno che il governo canadese distribuisce. La qual cosa peraltro è vera ed è criticatissima dagli ambientalisti che vedono in essa un incentivo alla distruzione del patrimonio verde. La seconda cosa notevole è che la vicenda dell'acciaio viene presentata, specialmente sui provincialissimi giornali italiani, soprattutto come una questione Usa-Europa, nel senso che le esportazioni che non potranno trovare più spazio negli Stati Uniti si riverseranno sul nostro continente e questa viene considerata una sciagura. Si tratta invece soprattutto di uno scontro tra Nord sviluppato e Sud in via di sviluppo. In verità i paesi più colpiti dalle alte barriere non saranno quelli europei, ma altri come Brasile, Cina, Corea del Sud. In queste nazioni, com'è giusto e inevitabile, si sono trasferite o sono nate attività produttive anche nei materiali strategici, qual è appunto l'acciaio. E dunque i paesi più ricchi, come anche il nostro, hanno dovuto, del tutto ragionevolmente, spostare il cuore delle loro attività siderurgiche, puntando sui prodotti di qualità, a maggiore valore aggiunto, e sulla vendita di conoscenza (in questo caso di sapere impiantistico), in pratica fornendo ai nuovi entranti interi stabilimenti, spesso chiavi in mano. E' giusto così, così come è del tutto razionale che nel campo dell'agricoltura i vecchi paesi della vecchia Europa cedano il passo alle verdure africane o al riso vietnamita e si concentrino semmai (come in parte sta avvenendo) sui prodotti biologici (che si vendono più cari) o comunque di qualità, come capita con il vino.
E' vero insomma che abbattere alcune barriere può essere utile allo sviluppo dei più poveri, ma solo se lo si fa davvero e se la caduta dei dazi è simmetrica. Come invece ha fatto notare il quotidiano inglese The Guardian, la storia dell'ultimo decennio è segnata sì da proclami di liberalismo trionfante, ma da una pratica di protezionismo crescente. E quanto alla difesa dei posti di lavoro dei siderurgici americani (hanno sfilato in 30 mila a Washington, per chiedere più dazi) la risposta giusta, ecologicamente e economicamente sostenibile, è quella che viene dall'ultraliberista, ma onesto, The Economist: «difendere i lavoratori, non l'industria» dell'acciaio, le quali invece dovranno ristrutturarsi. Quelle che lo hanno fatto, come le molte miniacciaierie americane (minimill), ne hanno guadagnato in produttività (e infatti non sono in crisi) e in efficienza energetica, che oltre a tutto fa anche bene all'ambiente.
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