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TERRA TERRA
03.04.2002
  • | di FRANCO CARLINI,
    L'India dice sì al cotone manipolato
    Dopo tre anni di discussioni molto accese e di sperimentazioni sul campo, il 26 marzo il governo indiano ha autorizzato la coltivazione nel paese di cotone geneticamente modificato. La decisione è stata presa dall'apposito comitato (Genetic engineering approval committee) e la beneficiaria è la società indiana Mahyco, nel cui capitale figura al 27 per cento il colosso agrochimico americano Monsanto. La Mahyco dunque è autorizzata a coltivare in proprio, ma soprattutto a vendere ai contadini il cosiddetto cotone Bollgord, particolarmente resistente a un parassita del cotone chiamato in inglese «bollworm». La maggiore resistenza è stata ottenuta introducendo artificialmente nel patrimonio genetico della pianta un gene che proviene da un batterio naturale, il Bacillus thuringiensis (Bt); questo a sua volta produce sostanze nocive per gli insetti. Una delle obiezioni scientifiche più robuste avanzate contro il cotone transgenico è questa: esso non uccide le pesti completamente e dunque facilmente sopravvivranno gli individui che hanno una maggiore (e inizialmente casuale) resistenza. Ma proprio loro, restando vivi, daranno luogo a nuove generazioni contro cui l'insetticida è inefficace. E' lo stesso pericoloso meccanismo che ha prodotto virus sempre più resistenti agli antibiotici, costringendo all'uso di farmaci più pesanti, in una continua rincorsa. Per fronteggiare questa e altre obiezioni che erano state avanzate dalle associazioni ambientaliste e dalla nota studiosa Vandana Shiva, la recente autorizzazione è sottoposta a una particolare condizione: almeno cinque fila di cotone organico (non genetico) dovranno essere piantate in un quinto di ogni campo; in questo modo il governo spera di evitare una nuova resistenza all'insetticida. Per le associazioni ambientali senza dubbio si tratta di una sconfitta; assai moderatamente esse chiedevano solo una moratoria, sapendo che era il massimo ottenibile, ma nemmeno questo è stato possibile. I test genetici condotti negli anni scorsi nei capi sperimentali della Mahyco in effetti hanno dato risultati non allarmanti, ma il vero motivo è un altro: dall'anno scorso la Cina ha introdotto il cotone Bt, e grazie ad esso la sua produzione è triplicata: è uno degli effetti perversi della concorrenza globale e da qui che deriva la maggiore spinta all'introduzione del cotone geneticamente modificato. In diversi stati indiani, del resto, esso si è già diffuso, come garantiscono testimonianze locali: succede per esempio nell'Andhra Pradesh, in Karnataka, due stati che negli anni `90 hanno convertito a cotone enormi porzioni di terra arabile, fino a farne quasi una monocoltura, e anche in Gujarat l'uso di cotone Bt è già molto diffuso. Sono i piccoli agricoltori che vengono convinti dagli intermediari di sementi a prendere quelle Bt, che promettono rese migliori senza parassiti. Le critiche degli ambientalisti in questo contesto hanno poca presa e vengono considerate questioni da intellettuali o da politici. La minaccia più vistosa infatti è di lungo periodo e si riferisce soprattutto alla riduzione della diversità biologica; come Vandana Shiva ricorda, l'India è praticamente la patria del cotone e nello stato di Gujarat ne esistono ben 600 varietà differenti: rischiano di ridursi a pochissime per effetto della commercializzazione e del marketing spinto. Sono gli stessi meccanismi che stanno pilotando la rapida crescita delle coltivazioni geneticamente modificate negli Stati uniti. Secondo il Dipartimento dell'agricoltura questo sarà un anno record per le biotecnologie vegetali. Sarà genetico il 74 per cento del raccolto di soia di quest'anno (era il 68% nel 2001 e il 54% nel 2000), coprendo 220 mila chilometri quadrati. Il grano per parte sua arriva al 32 per cento e il cotone al 71. Questo avviene malgrado la forte resistenza dei consumatori europei e giapponesi ai cibi geneticamente modificati; inizialmente questo rigetto aveva prodotto un certo rallentamento delle coltivazioni, ma ora riprendono sia per il mercato interno, sia perché le regolazioni introdotte (etichette e divieti) non sono risultate particolarmente efficaci.
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