mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
20.04.2002
-
| di MARINA FORTI
,
L'Artico salvato dal petrolio
Il progetto di scavare petrolio nel parco nazionale dell'Artico, in Alaska, è archiviato. Il Senato degli Stati uniti giovedì ha respinto la proposta di autorizzare le prospezioni petrolifere in quella zona protetta con 54 voti contro 46: ovvero, con otto senatori repubblicani che hanno votato contro il loro presidente. Un voto «ambientalista» che ha messo fine alla questione, almeno per questa legislatura. Appena un mese fa il Senato aveva respinto un progetto di legge (democratico) per rendere più stringenti gli standard di efficienza energetica dei veicoli. Il risultato è che la legge di politica energetica che uscirà infine dal Senato includerà modenti incentivi fiscali per la conservazione energetica, ma non grandi cambiamenti rispetto al piano presentato dall'amministrazione. Salvo che sulla questione dell'Artico.
Nel piano energetico presentato da Bush non più di un anno fa, la richiesta di aprire il Arctic National Wildlife Refuge alle prospezioni petrolifere era un punto centrale. Per la Casa Bianca i giacimenti contenuti in quella porzione di costa sono «di gran lunga la maggiore fonte inesplorata di petrolio nazionale», che permetterebbe di diminuire in modo drastico la «dipendenza» dal petrolio importato. In realtà il parco dell'Artico è questione più ideologica che di sostanza: il 95% della costa settentrionale dell'Alaska, fuori dall'area del parco nazionale, è già aperta alla ricerca petrolifera. Aggiungere il milione e mezzo di acri della costa protetta, con il suo giacimento stimato tra 6 e 12 miliardi di barili di greggio (gli Stati uniti consumano circa 7 miliardi di barili in un anno), porterebbe un modesto vantaggio dal punto di vista della produzione: anche perché estrarre petrolio in quella zona dell'Artico ha costi assai elevati e altre zone della stessa Alaska, delle Montagne rocciose e del Golfo del Messico (aperte alle attività petrolifere dall'amministrazione Bush) sono molto più promettenti.
E però le compagnie petrolifere hanno fatto campagna perché quel parco naturale fosse aperto alle loro trivelle: una questione di principio. Giorni fa Stephen Moore, presidente del Club for Growth («club per la crescita», lobby che finanzia i candidati politici conservatori) spiegava al New York Times che il punto è contrastare l'idea ambientalista che bisogna conservare energia: «Sono categoricamente opposto all'idea della conservazione energetica. Non stiamo restando senza (petrolio). Dobbiamo solo andare a cercarlo dove si trova e tirarlo fuori». L'amministrazione Bush è arrivata a mettere ai voti la proposta di aprire le prospezioni petrolifere nel parco artico e devolvere una parte dei ricavati ai contributi sanitari per gli operai pensionati dell'acciaio - un tentativo di guadagnare il consenso dei senatori eletti negli stati con forte industria dell'acciaio. Tentativo fallito, perché anche quella proposta giorni fa è stata respinta (64 a 36). Né è servita la massiccia operazione di lobby giocata da Arctic Power, organizzazione lautamente finanziata dal governo dell'Alaska e da alcune compagnie petrolifere - nei giorni scorsi aveva perfino mandato a Washington un gruppo di Eskimesi Inupiat a dire che loro vogliono i posti di lavoro legati allo «sviluppo» petrolifero. Sul fronte opposto la mobilitazione è stata altrettanto massiccia, anche se non c'erano i milioni di dollari: azioni di propaganda negli stati rappresentati da senatori indecisi, annunci pubblicitari, volantini e stemmini in tutto il Senato... Nelle dichiarazioni di voto il senatore Frank H. Murkovski (repubblicano, candidato al posto di governatore in Alaska) ha tirato in ballo i posti di lavoro, l'indipendenza energetica, perfino la sicurezza nazionale dopo l'11 settembre (e ha parlato quattro ore, in un'aula semivuota, per essere sicuro di andare in tv all'ora di cena nella sua Alaska che è quattro ore dopo Washington). All'opposto, Joseph I. Lieberman ha invocato argomentazioni tutte ambientali: la conservazione energetica, l'equilibrio di un ecosistema fragile come quello delle tundre artiche. Alla fine, il fronte ambientalista ha vinto la sua battaglia.
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