domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
10.05.2002
-
| di MARINA FORTI,
Oxy abbandona la terra degli Uwa
E' un'ottima notizia. Occidental Petroleum (Oxy) ha annunciato che restituirà al governo colombiano la concessione per lo sfruttamento petrolifero nella regione di Samoré, nella Colombia nordorientale, accanto e fin dentro il territorio della comunità indigena degli U'wa. I vertici della multinazionale petrolifera lo hanno annunciato durante l'ultima assemblea degli azionisti, la settimana scorsa a Los Angeles. «E' la notizia che stavamo aspettando», ha commentato dalla Colombia Ebaristo Tegria, portavoce degli U'wa: «Questo è il risultato del lavoro degli U'wa e dei nostri amici in tutto il mondo». Sì, perché era da nove anni che la comunità amazzonica, insieme a gruppi internazionali ambientalisti e per la difesa dei diritti umani e civili delle popolazioni indigene, conducevano una campagna per fermare il progetto petrolifero nel «Samoré Block». Dal 1995, quando l'azienda americana insieme alla colombiana Ecopetrol aveva avuto la licenza per cominciare le prospezioni. Non era questione di negoziare compensi o risarcimenti, per la popolazione U'wa: da subito questa comunità di circa 5.000 persone aveva opposto un rifiuto, e rivendicato ciò che pure la costituzione colombiano gli riconosce: il diritto inalienabile sul proprio territorio, delimitato e riconosciuto da una legge dello stato. «Il governo non può vendere quel petrolio perché non gli appartiene», diceva, in sintesi, il cabildo (capo eletto) degli U'wa Roberto A. Cobaria, alias Berito Coarua, durante una visita a Roma due anni fa.
Eppure, per nove anni quella di Oxy e del governo colombiano è assomigliata molto a una guerra contro gli U'wa. Nel febbraio del 2000, quando sono cominciate le prospezioni in un primo sito (Gibraltar 1, di pochi metri fuori dal territorio delimitato U'wa), migliaia di persone l'hanno invaso e sono state caricate dalla polizia. Più tardi l'intera comunità ha minacciato il suicidio di massa se le operazioni petrolifere non fossero state fermate. Insieme, ha sfidato Oxy e il governo sul piano legale: ai primi di aprile del 2000 in effetti un tribunale di Bogotà ha ordinato la sospensione delle attività petrolifere riconoscendo che queste ledono i diritti fondamentali degli U'wa, incluso il loro diritto alla vita - più tardi però la Corte suprema ha annullato la sentenza. I lavori sono ripresi. E' ripresa la serie di proteste e sit-in caricati in modo sanguinoso dalla polizia: nel giugno 2000 anche tre bambini furono uccisi. Sono riprese le uccisioni di attivisti, le intimidazioni... Perché gli U'wa si oppongono al petrolio? Loro parlano di «sangue della terra», e di terra madre. Indicano cosa è successo più a nord, nel distretto di Arauca, dove l'oleodotto Caño Limon (anche questo di Oxy) ha disseminato il terreno e i fiumi di greggio e sostanze inquinanti. Soprattutto, temono la violenza che arriva insieme al petrolio: la zona della concessione è sotto il controllo della guerriglia, anzi di due movimenti tra loro in conflitto, senza contare le squadre paramilitari di estrema destra usate dall'esercito. Erano stati gli U'wa a denunciare che Oxy pagava le Farc perché proteggessero i propri macchinari dagli attacchi dell'altro movimento, il Eln - mentre la popolazione indigena si trovava tra diversi fuochi, brutalizzata dagli uni e dagli altri. Il caso di Caño Limon è di nuovo esemplare: al Congresso degli Stati uniti infuria la polemica sulla proposta dell'amministrazione Bush, che vorrebbe spendere 98 milioni di dollari di «aiuti» per difendere l'oleodotto di Caño Limon: il denaro pubblico destinato usato per coprire le spese di sicurezza per gli investimenti privati.
Ora Occidental Petroleum rinuncia al «blocco Samoré». Nel luglio scorso aveva annunciato che il primo pozzo esplorativo in quella zona era risultato secco, e ora adduce ragioni economiche per spiegare la decisione di rinunciare. Ma la resistenza degli U'wa non dev'essere estranea alla decisione di ritirarsi: con numerose visite negli Stati uniti, campagne e proteste davanti alle sedi dell'azienda, erano diventati una vera minaccia all'immagine pubblica della multinazionale. Ora celebrano una vittoria.
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