mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
12.05.2002
-
| di MARINA FORTI,
Il Nemagon e le banane
Si chiama Nemagon, o Fumazone, o con svariati altri nomi commerciali. E' il Dbcp, dibromo-3-cloropropano, un insetticida per l'agricoltura. Nel 1977 ne fu vietato l'uso in California, e nel `79 in tutti gli Stati uniti, quando fu constatato che provocava sterilità nei lavoratori che lo producevano alla californiana Occidental Petroleum. Non era vietato però produrlo per venderlo all'estero. E il Dbcp è stato ed è usato nelle piantagioni di banane di tutto il Centro America, perché proteggerle da un certo vermetto parassita, oltre ad aumentare la resa delle piante... Oggi migliaia di persone in Nicaragua fanno i conti con decenni di Nemagon. Un avvelenamento di massa, denuncia l'Associazione dei lavoratori ed ex lavoratori colpiti dal Nemagon (Asotraexdan), nata in Nigaragua nel `92: calcola che 180 persone siano morte e altre centinaia si stiamo spegnendo lentamente per mali che vanno dal tumore ai reni, al pancreas e alla milza, alle malformazioni cutanee, senza contare la sterilità e le malformazioni dei figli nati da persone esposte al Dbcp. Si deve a quest'associazione la raccolta dei primi dati sull'uso del pesticida e i suoi effetti: nessuna struttura pubblica ha mai condotto un'indagine epidemiologica sistematica.
La coltivazione intensiva delle banane risale agli anni `70 in Nicaragua, ricorda Victorino Espinales Reyes, presidente della Fondazione dei lavoratori delle bananeras (in un'intervista diffusa dall'associazione Italia-Nicaragua: http://users.iol.it/itanica). La zona è quella di Chinandega, nell'occidente del paese: terra buona, strade, un porto vicino, e manodopera abbondante. Espinales ricorda il Nemagon fin da quando era un bambino e aiutava il padre: «Si metteva nel suolo con grosse siringhe da due galloni e mezzo, circa sei litri, facendo tre buchi intorno alla pianta dove c'erano le radici». Poi anche «con i cannoni d'irrigazione a una pressione di 160 libbre. In questo modo controllavano i parassiti terrestri e quelli aerei», e un casco di banane passò da 55 a 80 chili. «Notammo che oltre ai parassiti uccideva qualsiasi vita animale che si aggirava tra i banani: galline, uccelli, rospi, serpentelli, formiche. ...Ma mai immaginammo e mai nessuno ci avvisò dei rischi che il prodotto poteva provocare alle persone».
Oggi nelle piantagioni bananiere lavorano tra 3.800 e 4.200 lavoratori, in gran parte giovanissimi, tra 16 e 22 anni: «hanno contratti a termine che saranno rinnovati se si comportano bene; guadagnano 1 dollaro per le otto ore di lavoro e possono raggiungere fino a 3 dollari facendo 10 o più ore. A 30 anni ne dimostreranno 50». Ma dagli anni `70 nei 7 distretti della zona di Chinandega sono passati circa 8.400 lavoratori, e poi le mogli che portavano il pranzo, i bambini che giocavano, le famiglie dei custodi... «Stiamo parlando di 20mila persone che andrebbero controllate con esami medici completi», insiste Espinales. Nel `90 proprio lui, come sindacalista, andò una conferenza in Costarica e sentì per la prima volta parlare delle ricerche in corso sui danni di quel pesticida. Capì che le malattie erano le stesse di cui soffrivano i suoi compagni di lavoro; scoprì che il Nemagon era da tempo vietato negli Usa - e in Costarica: ma là i distributori avevano grandi scorte e le vendettero a Nicaragua e Honduras...
Il sindacato - la Central Sandinista de Trabajadores - intentò una causa negli Usa: ma poi accettò un accordo extragiudiziale, 28 milioni di dollari di risarcimenti per 812 lavoratori. Gli altri rifiutarono. Nacque l'Associazione dei lavoratori ed ex lavoratori colpiti dal Nemagon, che sta raccogliendo i dati necessari a una nuova causa: contro Dole, Chiquita, Del Monte-Standard Fruit che usarono il pesticida, e Dow Chemical, Shell e Occidental Chemical Company che lo produssero. E' nata una Fondazione per aiutare i lavoratori ammalati che non riescono a sostentarsi. (L'associazione Italia Nicaragua ha lanciato una campagna per i risarcimenti a lavoratori e lavoratrici delle bananiere. Per informazioni: 02.214 0944, oppure itanica@iol.it).
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