mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
21.05.2002
-
| di MARINA FORTI
,
Il mercenario e gli elefanti
L'accostamento è azzardato. Due gruppi occidentali preoccupati per la sopravvivenza degli elefanti hanno deciso di ricorrere ai servigi di un ex ufficiale degli eserciti della Rhodesia (attuale Zimbabwe) e del Sudafrica per fermare i cacciatori di frodo che hanno ricominciato a far strage di elefanti. La notizia è pubblicata dal quotidiano britannico The Guardian in una corrispondenza da Nairobi, Kenya. Apprendiamo che la Repubblica Centrafricana ha formato un'unità «anti bracconaggio» in cooperazione con un gruppo conservazionista americano chiamato African Rainforest and Rivers Conservation Organization (Arrco). L'unità è composta da 3 uomini della guardia presidenziale agli ordini di «David Byrant», pseudonimo usato da un 50enne veterano delle incursioni dell'esercito sudafricano in Angola. L'operazione è finanziata in parte da un gruppo conservazionista olandese, la Hans Wasmoeth Wildlife Foundation. «E' stato un dilemma morale, ma a volte devi usare la forza per cambiare l'opinione delle persone», spiega al Guardian un responsabile della Arrco americana, Eric Lindquist... Nella prima settimana di maggio Byrant ha lanciato un'operazione contro una banda di bracconieri congolesi in una zona al confine tra Centrafrica e Repubblica Democratica del Congo. Ha attaccato il villaggio in cui facevano base, Adama, nel sud della Repubblica Centrafricana; i quattro bracconieri sono fuggiti attraverso il confine con il Congo, dove sono stati arrestati dalle forze ribelli di Jean-Pierre Bemba che controlla la parte settentrionale del paese - e con cui il mercenario sudafricano aveva preso accordi in precedenza. Il bilancio è un bracconiere ucciso, due arrestati, uno fuggito («stavo per sparargli ma si è mescolato nella folla» dichiara lo stesso Byrant al corrispondente britannico). I prigionieri sono stati subito consegnati alla Croce Rossa. L'unità di Byrant aveva già attaccato con successo dei bracconieri sudanesi.
Secondo Karl Amman, conservazionista che ha coordinato l'operazione, in 4 anni la banda di bracconieri congolesi, ex militari, ha ucciso qualcosa come 400 elefanti in quella regione di foresta pluviale al confine tra Repubblica Centrafricana e Congo: in un'arco di circa 160 chilometri non ne resta uno. Poi ci sono quelli che vengono dal Sudan - si parla di carovane di cammelli, fino a duecento uomini ciascuna, che scendono dai mercati dell'avorio di Kartoum verso le zone di caccia del Congo (Byrant dice potrebbe farli fuori con una decina dei «suoi» uomini, sudafricani, americani, neozelandesi, britannici- insomma, mercenari bianchi).
La ripresa della caccia di frodo è reale. L'ultimo a denunciarlo è Richard Leakey, già direttore del Kenya Wildlife Service (l'ente statale per la portezione della fauna selvatica), che negli anni `80 era riuscito ad attuare una politica durissima contro i bracconieri: in un'intervista alla Bbc on line qualche giorno fa ha detto che l'80% degli elefanti asiatici sono scomparsi negli ultimi dieci anni - ne restano 30, forse 35mila - e anche l'elefante africano è di nuovo in pericolo. «Gran parte del successo del bando sul commercio internazionale dell'avorio introdotto nel 1989 non sta nel pezzo di carta, ma nella trasformazione dell'atteggiamento pubblico», spiega: ora, l'avorio è considerato un segno di distinzione nella cultura cinese, e da quando i cinesi sono più benestanti la domanda di avorio lavorato è aumentata. «E' la domanda che alimenta il mercato illegale»: una libbra (quasi mezzo chilo) di avorio frutta circa 150 dollari nell'Asia di sud-est, e per quanto ai cacciatori sudanesi o congolesi arrivi una frazione di quella cifra è sempre una delle attività più redditizie che si possano immaginare in quelle foreste. «Questo significa che l'Africa deve tornare a proteggere i suoi elefanti in modo efficace: più soldi, più gente, più fucili». Non c'è che dire, i conservazionisti americani e olandesi lo hanno preso alla lettera: al punto da assumere un mercenario per salvare gli elefanti. Una politica che, speriamo, solleverà qualche discussione.
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