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TERRA TERRA
01.06.2002
  • | di MARINELLA CORREGGIA,
    Piccolo Tuono e grande braciola
    I nativi Lakota che vivono nella riserva Rosebud del South Dakota sono sul piede di guerra: non vogliono sulle loro terre un enorme allevamento intensivo di maiali. Per ora è una guerra legale, con una causa contro l'industria zootecnica Bell Farms - una dei primi venti produttori di suini degli Stati Uniti - intentata da quattro gruppi, fra cui il South Dakota Peace and Justice Center, appoggiate dalla Global Hunger Alliance, rete internazionale contro gli allevamenti intensivi. Il progetto data dal 1998, quando il Consiglio tribale Sioux di Rosebud firmò un contratto con la Sun Prairie Partnership, affiliata della Bell Farms, per una delle maggiori operazioni zootecniche mai viste su terre tribali. Una serie di capannoni di metallo conterranno circa 860.000 maiali all'anno, in ambiente controllato e aria artificiale. Una parte dei capannoni è già in funzione, ma dall'esterno non si sente un suono. Si sente, invece, l'inquinamento idrico. «A pieno regime, l'industria zootecnica a Rosebud produrrà l'equivalente di deiezioni di una città di 2 milioni di persone, e senza depuratore», scrive Tracy Basile sul Lakota Journal. Molti nativi, residenti nella riserva, sostengono che il consiglio tribale abbia firmato l'accordo senza consultare la popolazione, con il solito miraggio dei posti di lavoro.

    Rosalie Little Thunder (Piccolo Tuono), attivista per l'ambiente e i diritti dei nativi, nata e cresciuta nella riserva, riassume: «Non c'è nulla di naturale in tutto ciò. Gli animali sono prigionieri di piccoli spazi; le loro deiezioni inquinano aria, acqua e suolo. Quando sarà completata, l'enorme installazione consumerà circa 1,6 milioni di galloni di acqua al giorno (quasi 6 milioni di litri, ndr): esaurirà le risorse idriche».

    I maiali non sono originari del nuovo continente: vi arrivarono nel 1539, quando l'esploratore spagnolo Hernando de Soto sbarcò in Florida con 600 soldati e 300 maiali. Questi si moltiplicarono in fretta e trasmisero una quantità di malattie infettive agli animali selvatici locali e alle popolazioni native. Ora le minacce alla salute sono diverse, ma restano. Con le deiezioni vanno nelle falde acquifere anche antibiotici e ormoni usati nell'allevamento; l'impatto sugli abitanti dell'Indian Country preoccupa Piccolo Tuono, visto che la salute dei nativi è già traballante, con elevati tassi di diabete e cancro causati dalla penetrazione nelle riserve dei peggiori ingredienti della vita moderna.

    Negli ultimi due decenni i combattivi residenti della Rosebud hanno lottato con successo contro la costruzione di un allevamento di polli, una discarica e un sito di scorie nucleari. Ora tocca ai maiali. Per sfuggire alle normative ambientali e sul benessere animale, l'industria zootecnica o si delocalizza nel Sud del mondo o si rifugia nelle riserve, dove ad esempio non vale la legge federale sulle acque. I Lakota dubitano anche dei posti di lavoro. E' vero che nel «paese indiano» fino al 60% della popolazione attiva è disoccupata, ma chi ha studiato l'impatto ambientale e sociale degli allevamenti intensivi negli Usa ritiene che quel lavoro sia «disumanizzante»: gli animali sono ridotti a macchine da ingrassare, uccidere e sezionare. Non solo: il North Central Regional Center for Rural Development indica che gran parte dei posti disponibili nella zootecnia industriale sono di basso livello, mal pagati e poco attraenti. Molti anche i rischi sanitari e gli effetti depressivi...

    La causa legale contro Bell Farms è andata avanti, e nell'aprile scorso una corte federale Usa ha deciso che l'accordo fra il consiglio tribale e i produttori di maiali non è valido. Il futuro è incerto e i nativi avranno bisogno di sostegno politico e civico per vincere. Certo l'opposizione alla suinicoltura intensiva si estende. All'inizio di aprile si sono ritrovati a Clear Lake nell'Iowa mille fra piccoli produttori, ambientalisti, organizzazioni per i diritti degli animali, per discutere di suini e inquinamento. La conferenza si è conclusa invocando il noto proverbio Lakota: «Non abbiamo ereditato il pianeta dai nostri antenati, l'abbiamo preso in prestito dai nostri figli».

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