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TERRA TERRA
14.06.2002
  • | di MARINELLA CORREGGIA,
    Quando il cibo non basta a sfamare
    Una contadina affamata e i suoi figli. Sono la categoria prevalente nello spettrale mondo dei sottoalimentati ma non partecipano alle conferenze internazionali, nemmeno a quelle «non governative». Per questo, talvolta, situazioni di emergenza o cronicità disperata sono lasciate nel non detto; quasi che si possa mangiare il diritto al cibo anziché il cibo stesso... A rimettere la fame al centro ha pensato il vivace seminario «Donne contro la fame e la guerra», organizzato dalla rete Diverse Women for diversity. E ha collegato la critica degli aiuti alimentari alla ricerca di strategie per la sicurezza alimentare a lungo termine. In Orissa, uno stato dell'India, quando due anni fa un'alluvione lasciò senza cibo migliaia di persone, gli aiuti internazionali le nutrirono con mais e soia venduti da multinazionali. Nel frattempo, i contadini di altre aree non riuscivano a vendere i propri cereali a prezzi che non li condannassero alla fame, e sempre in quel frangente molti poveri non riuscivano più a mangiare, a causa dell'abolizione dei sussidi sugli alimenti di base. «Tre emergenze alimentari in una. Che avrebbero richiesto un'operazione diversa: comprare localmente le derrate per gli aiuti» denuncia Vandana Shiva.

    Invece, agli affamati in emergenza si mandano Ogm. Denuncia il Foro boliviano per lo sviluppo e l'ambiente: «Il Programma mondiale per l'alimentazione (Pam) e l'agenzia statunitense di aiuto allo sviluppo (Usaid) distribuiscono a titolo di aiuti alimentari alimenti geneticamente modificati, considerati in diversi paesi, compresi gli Usa, non adatti al consumo umano. Analisi sui campioni l'hanno evidenziato in diversi paesi latinoamericani». In aprile il Pam aveva dichiarato che i «suoi» aiuti sono Ogm-free.

    Un altro errore è credere che gli alimenti animali prodotti industrialmente, in fabbriche-lager, possano risolvere i deficit proteici dei popoli impoveriti. E' invece, un sistema inquinante, consumatore di risorse vegetali, terra, e acqua, e «un buon modo per diffondere una pericolosa resistenza agli antibiotici; in Sudafrica, è stata notata in gruppi di consumatori di polli; in ogni caso, la carne industriale è comunque troppo cara per i poveri» annota Pattrice Le Muire-Jones della Global Hunger Alliance.

    Insomma, costa tanto, in termini di salute, sociale e ambientali, fornire cibo globale alle popolazioni affamate. Ecco perché è tempo che il grande denaro, il business, le grandi organizzazioni finanziate dai governi e quindi ricattabili lascino il posto a molte piccoli azioni, che collegate cambieranno il totale. Molte le idee messe sul piatto nel seminario - comprese le «minacce» ai «donatori», le azioni dirette, i boicottaggi di prodotti Ogm- anche su temi che sembrano fuori portata. Come l'aiuto alimentare che è in mano ad agenzie specializzate, internazionali e non governative. In fondo, chi paga gli aiuti alimentari se non i contribuenti del Nord? Il loro denaro è speso per acquistare derrate anche transgeniche e comunque vendute da potenti multinazionali di potenti paesi. Allora, le donne del Nord potrebbero «ricattare» il Programma alimentare mondiale: «O cambi, smetti con gli Ogm e cominci ad acquistare sul mercato locale e regionale alimenti nutrienti e locali, oppure fra due anni faremo una campagna per il tuo smantellamento».

    A Sud, intanto,.le organizzazioni di donne dovrebbero «negoziare» con i loro governi una maggiore indipendenza da Usaid e Monsanto, come ha spiegato una delegata zambiana. E un sistema di riserve di garanzia a tutti i livelli: della comunità, della regione, della nazione. Invece, la Banca mondiale sta chiedendo ai paesi del Sud di smantellare gli stoccaggi pubblici, lasciando ai mercati la gestione delle emergenze.

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