mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
28.06.2002
-
| di FRANCO CARLINI
,
Il ritorno del carbone. A gas
Cosa ci fanno quei tecnici uzbechi a Brisbane? Insegnano agli australiani come gassificare il carbone delle miniere, per farne energia, secondo un inefficiente sistema escogitato in epoca staliniana. Il fatto è che il carbone è sempre meno conveniente e oltre a tutto molto inquinante. Ma diversi progetti, in Australia, Inghilterra, Stati Uniti, India e anche in Spagna, stanno cercando un modo di riportarlo in auge. Se ciò avverrà, tuttavia le preoccupazioni ambientali sono destinate a crescere. La tecnologia si chiama Ucg, che vuol dire «Underground coal gasification». In parole semplici, come spiegò qualche settimana fa un lungo servizio della rivista New Scientist (1 giugno 2002 , pagina 42), si tratta di questo: ci sono molti giacimenti dai quali non è più economico estrarre il carbone aprendo miniere e impiegando migliaia di musi neri (i minatori della leggenda), ma li si potrebbe lo stesso usare, incendiandoli. Il carbone viene fatto bruciare in maniera controllata e spinta e da un apposito foro di uscita si raccolgono i gas prodotti; questi, a loro volta, vengono utilizzati per far girare delle turbine a gas, producendo energia elettrica. In pratica si tratta dello stesso processo che avveniva nel secolo storico nei gasometri che producevano gas da città per uso domestico, ora sostituito dal più economico e meno dannoso gas naturale. Ma la differenza è che il tutto avviene sottoterra, e che il terreno stesso svolge il ruolo di contenitore, ovviamente con un buon risparmio impiantistico. Anche così tuttavia le cose non sono affatto semplici: non basta infatti incendiare un po' il giacimento sotterraneo e lasciare che il fuoco faccia la sua parte; quell'incendio infatti può finire nel nulla oppure, al contrario, risultare del tutto fuori controllo (sta succedendo a Bihar in India). Da qui l'idea di pompare dall'alto, a alta temperatura e pressione, ossigeno e vapore; questo favorisce la «rottura» del carbone in gas come metano e idrogeno e regolarizza il processo, tanto più se altri fori orizzontali vengono aperti lungo il giacimento, per propagare il processo. Va detto che finora nessuno degli impianti sperimentali ha avuto un grande successo. Tuttavia il governo Bush ha promesso di investire due miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti «carbone pulito» e quello australiano si dice assai interessato al sistema, se non altro perché quel vecchissimo continente è il più ricco di carbone.
Nel Queensland dunque, in una località chiamata Chinchilla, una società australiana, la Linc Energy, sta già operando. Per farlo nel migliore dei modi ha importato alcuni tecnici esperti dall'Uzbekistan. Infatti fin dagli anni `30, per iniziativa di Stalin, laggiù venne aperto un impianto, tuttora in funzione, che ogni anno converte circa mezzo milione di tonnellate di carbone. Le economie oggi non consentono di produrre energia in maniera competitiva con le altre fonti, ma i promotori di questi progetti contano che con il passare del tempo risulteranno invece abbordabili, sia per il miglioramento delle tecnologie, sia perché sarà sempre più costoso estrarre il carbone dalle miniere classiche. Ma ci sono delle controindicazioni, e pesanti: innanzitutto bruciare il carbone sottoterra può facilmente inquinare le falde d'acqua vicine. Il piccolo sito sperimentale a suo tempo aperto nelle Montagne Rocciose americane ha richiesto in seguito un intervento di pulizia da 5 milioni di dollari: si erano prodotti benzene e fenoli, tutti prodotti cancerogeni. Ma soprattutto c'è la questione della CO2, la quale, per definizione è un sottoprodotto della combustione del carbone e che è da tutti indicata come il principale responsabile dell'effetto serra e del riscaldamento globale. Bruciando il carbone sotterraneo ne uscirebbero gigantesche quantità: 6 milioni di milioni di tonnellate secondo l'International Energy Agency, moltiplicando per 20 i livelli attuali, già eccessivi. I tecnici pensano di rimediare intercettando la CO2 all'uscita e rispendendola indietro, nel giacimento, ma l'operazione non è affatto garantita per l'eternità, né economica. Tutti buoni motivi per lasciare il carbone lì dovè. fine
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