domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
08.08.2002
-
| di MARINA FORTI
,
L'Africa, la fame, il mais transgenico
Gli allarmi si susseguono ormai da settimane: l'Africa meridionale sta affrontando una gravissima crisi alimentare. Un insieme di siccità, alluvioni, devastazioni economiche e cattiva gestione politica ha creato un'emergenza che si riassume in una parola: carestia. Le Nazioni unite lanciano appelli, i paesi «donatori» cominciano a mobilitarsi. Tra le nazioni industrializzate, gli Stati uniti sono il maggior contributore in aiuti. E però, quando il primo cargo di cereali arriva in un porto del Sudafrica scoppia la polemica: il mais americano è in gran parte geneticamente modificato. E anche l'affamata Africa ha le sue riserve verso gli Ogm... Che la situazione sia grave non v'è dubbio: un mese fa il Programma Alimentare Mondiale (Pam), organizzazione Onu per le emergenze, ha lanciato un appello alla comunità internazionale per raccogliere 507 milioni di dollari in aiuti per sfamare oltre 10 milioni di persone in Lesotho, Malawi, Mozambico, Swaziland, Zambia e Zimbabwe (dall'appello resta esclusa l'Angola, dove pure la fame è già realtà...). Il Pam stima che la situazione si aggraverà, in attesa del raccolto nel marzo 2003: in dicembre quasi 13 milioni avranno bisogno di aiuto.
Lanciato l'appello, sono arrivate le prime risposte. Gli Stati uniti hanno promesso di mandare metà del fabbisogno d'emergenza per lo Zambia, dove circa 2 milioni di persone hanno disogno di aiuti dopo due stagioni consecutive di raccolti persi per la siccità, e un terzo del fabbisogno per l'intera regione. Gli Usa, come si sa, non separano i cereali geneticamente modificati da quelli tradizionali, e i responsabili di UsAid hanno precisato: non possiamo garantire che i nostri aiuti non siano geneticamente modificati.
Ora i governi locali sono di fronte a una decisione difficile. Da un lato c'è chi dice che quei cereali possono salvare milioni di vite, gli americani li mangiano tranquillamente da 5 anni, non è il caso di guardare per il sottile - anzi, è criminale ritardare la distribuzione di cibo a milioni di persone ridotte alla fame. Certo, mangiare mais o altro cereale transgenico non «fa male» - contrariamente alla vulgata che pare sia diffusa in Zambia, almeno a leggere un servizio del Christian Science Monitor (6 agosto): «Nelle strade di Lusaka gran parte del dibattito è alimentato da disinformazione e isteria, le persone sono preoccupate se quel cibo li farà star male», ... «Pensiamo che se mangiamo quel cibo ci possono capitare cose cattive, ci crescerà un cancro nello stomaco. ... Piuttosto muoio di fame». E però Zambia, Zimbabwe etc hanno molte e ottime ragioni per esitare. Il punto è la probabilità (alta) che i cereali arrivati come cibo siano usati in parte come sementi: così le varietà locali e quelle transgeniche potranno impollinarsi e «contaminarsi» reciprocamente. Lo Zimbabwe ha già fatto sapere che rifiuterà il mais transgenico perché questo vanificherà tutta la sua politica di sviluppo delle varietà locali. Per lo stesso motivo la Namibia ha rifiutato di importare mais dal Sudafrica (unico paese della regione a coltivare con entusiasmo varietà transgeniche). Il Mozambico è tassativo: non permetterà ai cereali transgenici di sbarcare nei suoi porti e transitare sul suo territorio. Anche in Zambia ci sono remore: il governo non ha ancora adottato una politica precisa sugli Ogm e l'Unione nazionale dei coltivatori ora teme che la carestia costringa a forzare le cose, presi per la gola, senza poter valutare bene vantaggi e svantaggi. Tra gli svantaggi ce n'è uno molto tangibile: paesi come lo Zambia hanno sviluppato l'agricoltura biologica per l'export in Europa, e la comparsa di campi di mais transgenico gli rovinerebbe il mercato. Lo Zimbabwe teme che il mais degli aiuti sia usato per sfamare le mandrie, danneggiando le esportazioni di carne in Europa.
Che fare? Qualcuno propone di macinare i cereali e distribuirli come farina, in modo che non ci sia pericolo di «contaminazione». Ma è un'operazione costosa - fino a 25 dollari per tonnellata - e poi agli Usa non piace: sarebbe ammettere che il loro mais è un problema.
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