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TERRA TERRA
22.09.2002
  • | di FRANCO CARLINI ,
    Una California rinnovabile
    A Kramer Junction in California, c'è un'area di quattro chilometri quadrati ricoperta di pannelli solari. Producono 150 megawatt di elettricità, ovvero quanto basta per rifornire di energia 150 mila abitazioni. Chi volesse saperne di più trova tutte le informazioni e soprattutto le cifre che dimostrano la caduta dei costi di produzione in un voluminoso articolo di ricerca, naturalmente sull'Internet, a un apposito indirizzo del ministero americano dell'energia: www.energy2002.ee.doe.gov/Presentations/renewables/s1-Cable.pdf. A Calistoga, sempre in California, un impianto usa i geiser per fornire al sistema elettrico statale altri 750 megawatt di energia, di origine geotermica. E' un impianto analogo ai bolti che punteggiano l'Islanda, l'isola dei vulcani, per esempio riscaldando e alimentando la capitale Reykjavik, ma quello californiano sembra proprio che sia il più grande impianto geotermico al mondo. Quanto alle pale a vento che ormai fanno parte del paesaggio californiano (e che in Italia sono invece osteggiati da una piccola pattuglia di ambientalisti snob), il più famoso probabilmente è l'impianto di Altamont Pass, la cui produzione è in grado di fornire elettricità a una città delle dimensioni di San Francisco. In generale le due maggiori aziende elettriche dello stato, la Pacific Gas & Electric e la Southern California Edison, utilizzano le fonti di energia rinnovabili rispettivamente per il 12 e il 15 per cento della loro produzione. Ma ora una nuova legge, presentata dal senatore Byron Sher e firmata dal governatore Gray Davis, fissa obbiettivi ancora più ambiziosi: entro l'anno 2017 ognuna delle "utilities", ovvero le aziende che vendono elettricità in California dovrà fare ricorso a fonti rinnovabili per almeno il 20 per cento della sua produzione. La legge si chiama "California Renewables Portfolio Standard" e il suo scopo è di ridurre la dipendenza dal gas naturale oltre che, ovviamente, di diminuire l'inquinamento. Quanto al problema dei prezzi, questo resta come noto il fattore critico perché il chilowattora non petrolifero, resta tuttora più costoso, ma il pacchetto di leggi ambientali varato in California stabilisce dei meccanismi di tutela: se i prezzi salgono oltre un certo livello, le aziende che producono in maniera pulita potranno godere di speciali sussidi statali. Le altre leggi ambientali approvate riguardano il trasporto per terra e per mare del petrolio, con particolari requisiti di sicurezza, il finanziamento di ricerche sulle energie alternative, e la gestione delle discariche, in particolare quelle destinate a ospitare rifiuti radioattivi, ancorché di bassa intensità. Diversamente vanno le cose a livello nazionale, dove l'amministrazione Bush non è come noto troppo ansiosa riguardo all'ambiente o lo è soltanto per i vincoli eccessivi che le leggi attuali pongono allo sviluppo. Una conferma arriva dal decreto presidenziale (executive order) appena emesso, a proposito dei trasporti: al Dipartimento dei trasporti viene ordinato di darsi da fare sui grandi progetti infrastrutturali come aeroporti, autostrade, porti e tunnel, con la garanzia che essi riceveranno un rapido via libera dall'amministrazione centrale. Troppo lenti sono i processi di verifica e autorizzazione, dice il governo, e specialmente quelli relativi al National Environmental Policy Act (Nepa). Questa legge impone per le opere una sorta di Valutazione di Impatto Ambientale, ma più estesa e rigorosa: secondo In Nepa ogni agenzia federale infatti deve esaminare gli effetti ambientali di ogni sua azione, rendere noto il loro impatto e soprattutto sollecitare i commenti degli interessati, con raccolta di pareri e pubbliche audizioni. La direttiva di Bush sottrae le grandi opere a tale vincolo e non solo queste, dato che negli ultimi mesi si è cercato di togliere dal Nepa anche altre attività come il taglio delle foreste nazionali o i sondaggi petroliferi. Oltre a tutto, fanno notare le associazioni ambientali, la gran parte dei ritardi che si sono verificati nella costruzione di autostrade non sono affatto dovuti alle verifiche ambientali ma, più banalmente, alla carenza dei finanziamenti.
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