domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
16.10.2002
-
| di MATTEO PARLATO,
Fao, le cifre della fame
La lotta alla fame è a un punto morto, e a meno che questa tendenza non venga corretta, gli affamati nel mondo continueranno a tirare la cinghia. Questa la sintesi dell'ultimo documento pubblicato dalla Fao. Jacques Diouf, direttore generale dell'agenzia delle Nazioni unite per il cibo e l'agricoltura, ha messo nero su bianco il «virtuale fallimento» del programma della Fao - quello approvato con tanta solennità nel 1996, con l'obiettivo di ridurre del 50% della popolazione denutrita entro il 2015. Al ritmo attuale, dice ora la Fao, l'obiettivo sarà raggiunto tra cento anni... Secondo i dati Fao oggi 840 milioni di persone hanno fame. Di questi, 799 milioni sono nei paesi in via di sviluppo; 30 milioni nei paesi in transizione; (termine coniato dall'Onu per indicare l'ex blocco sovietico); e 11 milioni nei paesi industrializzati.
I dati della Fao parlano di 25mila morti al giorno per fame nel mondo e tra questi 6 milioni di bambini che non superano il quinto anno di vita. A ucciderli, ancor prima dell'inedia, sono diarrea, malattie respiratorie, malaria e morbillo. Coloro che sopravvivono hanno un'aspettativa di vita di circa 38 anni, (nei 24 paesi benestanti l'aspettativa di vita media è di 70 anni). «Ma - continua Diouf - il prezzo di questo arretramento si tramuta in un freno allo sviluppo delle comunità, delle nazioni e del villaggio globale in cui tutti viviamo». Il documento della Fao punta l'attenzione anche sui malnutriti. Più di due miliardi di persone si nutrono con diete povere di vitamine o minerali come le vitamine A e C, ferro, iodio, zinco. A soffrire di più della carenza di questi elementi indispensabili per la crescita sono donne e bambini. Tra 100 e 140 milioni di bambini non assumono vitamina A, carenza che può portare alla cecità, mentre ci sono 20 milioni di persone nel mondo mentalmente handicappate dalla mancanza di iodio.
Nella mappa mondiale della fame ci sono stati segnali positivi, segnala la Fao. La Cina è riuscita a tirar fuori dalla fame 74 milioni di abitanti, buoni risultati sono stati ottenuti in Africa occidentale, nel sud est asiatico e sud America - ma questi progressi sono annullati dalla situazione in America centrale, in Medio oriente, e Asia orientale esclusa la Cina. La situazione peggiora nell'Africa sub sahariana, diventa critica nell'Africa centrale, più precisamente nella Repubblica Democratica del Congo, dove non si cheta la guerra civile e il numero degli affamati è triplicato. Secondo gli indicatori della Fao in questo pianeta, dove il cibo non manca, la prima causa di fame è la povertà: il non aver potere d'acquisto per procurarsi cibo. Seguono siccità, alluvioni, conflitti armati e crisi economiche o sociali. Oggi 30 stati devono affrontare eccezionali crisi alimentari, e provvedere aiuti alimentari per 67 milioni di abitanti.
Il rapporto sottolinea come l'accesso alla terra sia una chiave per un sicuro approvvigionamento di cibo - la «sicurezza alimentare». La povertà e la fame più nera si concentrano, secondo la Fao, tra chi non possiede terra e tra gli agricoltori i cui appezzamenti non riescono a soddisfare le necessità alimentari della famiglia. E' stato anche notato come nei paesi in via di sviluppo dove c'è una più equa ripartizione del territorio siano stati fatti rapidi progressi nel ridurre la malnutrizione. Altro punto su cui la Fao punta per invertire la tendenza e riuscire a raggiungere l'obbiettivo del 2015 è la crescita dell'agricoltura. Gli investimenti agricoli nei paesi in via di sviluppo, secondo il documento della Fao, sembrano non tener conto di quanto sia strategico questo settore per garantirsi l'autosufficienza alimentare. Anzi: tra il 1990 e il 1999 si è registrato un calo degli investimenti in agricoltura del 48%. Il documento della Fao si chiude con l'osservazione che raggiungere l'obiettivo di dimezzare il numero degli affamati nel mondo, oltre a essere un dovere morale è anche un buon affare, producendo un risparmio di 120 miliardi di dollari oggi spesi in aiuti e gestione delle emergenze. Quello che fa riflettere è perchétanti buoniconsigli - redistribuire la terra, investire nell'agricoltura - siano così inascoltati.
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