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TERRA TERRA
21.11.2002
  • | di MARINA FORTI,
    La diga di Bujagali costa troppo
    Il governo ugandese ha avviato la costruzione di una diga con centrale idroelettrica che costerà ai suoi ittadini tra 280 milioni di dollari «extra» in trent'anni rispetto ad altre opere paragonabili altrove al mondo. La diga in questione è quella di Bujagali, un sito di spettacolari cascate sul Nilo Vittoria, ed è la rete International Rivers Network (Irn) a dire che il governo di Kampala si è, per così dire, «lasciato abbindolare» dalla ditta (americana) a cui ha affidato il progetto. La rete internazionale per la difesa dei fiumi basa le sue affermazioni sull'esame dell'«Accordo di acquisto dell'energia» fissa le (Power purchase agreement) di Bujagali, cioè il contratto con cui l'ente per l'energia dello stato ugandese comprerà la corrente prodotta dalla centrale idroelettrica. L'Irn aveva avuto copia di quel contratto in via ufficiosa qualche mese fa, e già questo la dice lunga sulla poca trasparenza che circonda l'intero progetto: si pensi che la diga di Bujagali e le sue turbine da 200 Megawatt, con un costo previsto di 550 milioni di dollari, è il più grande investimento diretto straniero in un paese del'Africa orientale ed è stato affidato alla Aes, ditta ingegneristica della Virginia (Usa) senza nessuna gara d'appalto (vedi terraterra, 15 giugno 2002). Alle organizzazioni ambientaliste ugandesi e internazionali che chiedevano di conoscere i conti del progetto, compreso il costo dell'energia prodotta, il governo aveva finora opposto il segreto: l'Accordo di acquisto dell'energia è un contratto privato e dunque confidenziale. C'è voluto un ricorso alla magistratura (avanzato da Greenwatch) e un'ingiunzione dell'Alta Corte ugandese, il 12 novembre scorso, perché il governo di Kampala rendesse pubblico quel documento. L'International Rivers Network ha chiesto a una ditta specializzata di esaminare quel contratto. E lo studio del Prayas Energy Group (India) conclude che Bujagali è troppo costosa: ogni Megawatt prodotto costerà 2,9 milioni di dollari, più del doppio del costo dell'elettricità prodotta dalla diga di Maheshwar nel bacino di Narmada, in India, analoga per disegno, che costa 1,2 milioni di dollari per Megawatt. Non solo. Oltre all'alto costo di costruzione, il Power Purchase Agreement firmato contiene obblighi inusuali (e svantaggiosi) per il governo ugandese, che dovrà versare 132 milioni di dollari all'anno per il progetto (e non 111 milioni come affermato). Lo studio conclude che un contratto d'acquisto e un costo della costruzione negli standard internazionali avrebbe ridotto gli obblighi del governo di circa 40 milioni all'inizio, e di 20 milioni annuali in media sui trent'anni di vita del progetto. Insomma, l'Uganda avrebbe risparmiato 280 milioni di dollari (al valore attuale del dollaro): non poco per un paese dove meno del 5% della popolazione ha accesso all'energia elettrica e che la Banca Mondiale include tra gli «highly indebted poor countries» (Hipc), i paesi poveri più indebitati.

    La Banca mondiale ha la sua responsabilità in questa faccenda, sottolinea il International Rivers Network. Intanto, perché lo finanzia: il progetto è privato ma gran parte del denaro investito viene dal Ifc (braccio finanziario della Banca Mondiale) e dalla Ida, International Development Association, pure del gruppo Banca Mondiale - soprattutto, è garantito dall'agenzia di copertura dei rischi della Banca stessa, la Miga. Ora l'Irn chiede che la Banca cancelli il prestito di 225 milioni di dollari già aprovato, e accusa l'organizzazione finanziaria di aver appoggiato un investimento privato senza aiutare il governo di Kampala a negoziare un contratto equo.

    Del resto, un rapporto dell'Inspection Panel (comitato d'ispezione) interno alla stessa Banca mondiale, diffuso lo scorso giugno, aveva trovato che il progetto infrange i principi operativi della Banca (in merito alla valutazione di impatto ambientale, alla consultazione pubblica e ai risarcimenti agli sfollati, tra l'altro), e criticava proprio i costi più alti della media. In luglio poi era scoppiato un caso di corruzione, su cui le indagini non sono ancora concluse. Altroché trasparenza...

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