mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
13.12.2002
-
| di MARINA FORTI
,
Moody's retrocede il progetto Ocp
Il progetto Ocp - acronimo di Oleoducto de Crudos Pesados, l'oleodotto per greggio pesante in costruzione in Ecuador - è stato retrocesso. Per l'agenzia di rating Moody's, è un investimento un po' meno sicuro di quanto valutato in precedenza (il «voto» passa da Baa2 a Baa3): le agenzie di rating sono quelle istituzioni private che valutano quanto credibili sono gli investimenti (cioè che probabilità hanno dare il ritorno previsto), quanto solvibili sono aziende o interi paesi che contraggono prestiti: hanno un potere misterioso ma inappellabile. Ora Moody's retrocede l'oleodotto Ocp, e annuncia che potrebbe ancora rivedere al ribasso la sua valutazione, citando rischi ambientali, politici ed economici: «proteste ambientali e sospensioni dei lavori, una disputa in corso tra il governo dell'Ecuador e gli sponsor a monte, la probabile mancanza di greggio da trasportare nei primi anni [di attività dell'oleodotto], e un declino nella valutazione del credito del gruppo sponsor», dice il comunicato dell'agenzia. Mentre il costo lievita: il preventivo originale, 1,3 miliardi di dollari, è salito di 100 milioni di dollari. Nei primi giorni di dicembre l'oleodotto ecuadoriano è stato oggetto di due riunioni: una a porte chiuse, una pubblica. La prima, a Coral Gables in Florida, organizzata dalla direzione del consorzio Ocp, ha riunito tutte le parti che hanno un interesse economico nell'impresa. L'altra, a Sassenberg in Germania, ha riunito una quarantina di organizzazioni non governative da 8 paesi insieme a parlamentari tedeschi e attivisti politici. Cosa sia stato concluso nella prima riunione è difficile dire. La seconda ha trattato dei problemi ambientali e sociali provocati da quell'oleodotto che correrà per circa 450 chilometri da Lago Agrio, remota località amazzonica nella parte orientale dell'Ecuador, fino a Esmeraldas sulla costa del Pacifico, attraverso ben sette zone protette di cui una «riserva di biodiversità» dalla Banca mondiale.
A Sassenberg gli attivisti hanno deciso di rilanciare la campagna internazionale per chiedere agli investitori internazionali di ritirarsi da quel progetto, per il suo impatto ambientale e sociale. Le ha riassunte Natalia Arias, dell'organizzazione ecuadoriana Accion Ecologica. Per risultare redditizio l'oleodotto trasferirà tra 390 e 450mila barili al giorno, ma per questo bisognerà raddoppiare l'estrazione attuale, quindi aprire nuovi pozzi in particolare nell'area protetta del Parco Yasuni - con grave danno ecologico e per le popolazioni indigene. Gli ambientalisti ecuadoriani temono che 2,4 milioni di ettari di foresta primaria saranno distrutti.
La riunione degli attivisti internazionali è stata organizzata a Sassenberg, cioè in Nord-Reno Westphalia, per un motivo preciso. L'oleodotto (costruito da un consorzio con la canadese EnCana al 31,4%, la spagnola Repsol-Ypf al 25,6%, l'argentina Pecom Energia al 21%, la statunitense Occidental Petroleum all'11%, e altre tra cui l'italiana Eni al 7%) è finanziato con un prestito di 900 milioni di dollari da un gruppo di banche guidato dalla West Deutsche Landesbank (West Lb), che è al 43% proprietà di quel Land. Per quel che ci riguarda, c'è anche la Banca Nazionale del Lavoro (con una quota di 50 milioni di dollari, circa il 5% del totale), oltre a Unicredit e Intesa Bci. Queste affermano che il progetto Ocp soddisfa le linee guida della Banca mondiale circa gli stardard ambientali e sociali, e il prestito è dato a questa condizione. Lo ha ripetuto proprio due giorni fa il presidente della Bnl Luigi Abete, a un convegno sulla globalizzazione, incalzato da Jaroslava Colajacomo della campagna italiana contro il progetto Ocp: «Non possiamo sganciarci da un contratto la dove non sia dimostrato che è contro i principi del contratto stesso». Eppure il rapporto compilato in agosto da Robert Goodland, esperto ambientale della Banca Mondiale, affermava che l'Ocp infrange numerose linee guida circa gli impatti ambientali, gli habitat naturali, il reinsediamento forzato, le popolazioni indigene.
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