domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
12.01.2003
-
| di FRANCO CARLINI
,
L'incerto futuro degli orsi bianchi
Era notte fonda, anzi giorno, perché in estate nell'Artico il sole è sempre acceso. Erano comunque le 3.00 quando l'altoparlante di bordo dell'ex rompighiaccio canadese su cui stavamo viaggiando svegliava l'universo mondo per annunciare che a babordo c'era un orso polare. Ed effettivamente un conto è vedere i documentari (bellissimi) di National Geographic e altro è vederselo lì, a 100 metri sotto le fiancate, su uno dei tanti lastroni di ghiaccio attraverso il quale la nave stava aprendosi il percorso. Il luogo era da qualche parte lassù all'80 parallelo, circumnavigando le isole Svalbard. Dicono che fosse un individuo giovane, ma a tutti appariva enorme e di una straordinaria scioltezza di movimenti. Vivono così gli orsi del polo nord, e a ogni discesa a terra precauzione vuole che qualcuno abbia sempre un fucile pronto con il colpo in canna, perché la forza che sprigionano se attaccano (e attaccano perché disturbati) non è altrimenti frenabile. Ma presto potrebbe non essere più così, e non esserci più orsi polari da fotografare né da cui difendersi. Andrew Derocher dell'università canadese di Alberta ha pubblicato una sua ricerca sul cambiamento climatico e sul ritmo accelerato con cui si vanno sciogliendo i ghiacci del polo: 9 per cento all'anno, il che significa che entro 10-20 anni, tutto il nord del globo potrebbe essere senza ghiacci - e senza orsi, ovviamente, a parte i pochi disgraziati detenuti negli zoo.
L' Ursus maritimus si è separato circa 200 mila anni fa da quello bruno e da allora si è pienamente adattato a quei climi e a quell'ambiente, da cui però dipende totalmente per la sua sopravvivenza, cibandosi essenzialmente di foche, cui fa la posta dai lastroni di ghiaccio galleggiante. Accumula grasso che consumerà nel lungo letargo, quando non c'è nulla da cacciare né da mangiare. Dunque la sua scomparsa è certa, se i ghiacci se ne vanno? Qualche studioso un po' più ottimista pensa che l'amato "polar bear" potrebbe evolvere ulteriormente, adattandosi ad altre prede, così come fanno i suoi cugini di terra che vanno a caccia di salmoni lungo i fiumi, ma non sembra uno scenario molto realistico. L'autore della ricerca è in proposito assai drastico e in un'intervista alla Bbc ha dichiarato: "Al cambiare della distribuzione e della configurazione del mare ghiacciato possiamo aspettarci che questo produca dei mutamenti fondamentale nell'ecologia dell'orso polare e come il mare di ghiaccio scompare, così scompariranno anche gli orsi".
I quali, peraltro, sono aggrediti anche da altri effetti, figli dell'attività umana contro natura. Il più vistoso di tutti è l'inquinamento chimico: esaminando i tessuti degli esemplari morti di recente, nel loro grasso è stato trovato di tutto e di peggio: Pcb, diossina e furani che provengono dagli inceneritori, pesticidi. Arrivano nei tessuti degli orsi attraverso una lunga catena alimentara, in cui un animale ne mangia un altro (una foca mangia un pesce che ha mangiato un pesciolino e la foca viene mangiata da un orso) e alla fine i veleni si accumulano negli organi vitali dell'ultimo grande predatore della catena. E particolarmente esposti sono i cuccioli, che dipendono dal latte materno (ben inquinato) per la loro alimentazione.
Gli inquinamenti più recenti derivano anche dalla tendenza a fare nuove esplorazioni e prospezioni petrolifere nel nord del pianeta. C'è un impianto in Alaska, nel matre di Beaufort e ci sono altre attività in corso o in prospettiva nel mare di Barents, sia sul versante americano che su quello russo e norvegese. Sempre si tratta di seri disturbi all'ambiente, e quando si tratta di habitat così delicati, gli effetti a catena sono imprevedibili, ma certe le vittime, gli orsi. Segno tipico della schizofrenia umana è il fatto che mentre alle Svalbard è severamente vietato rimuovere anche un sasso o calpestare il fragile muschio, un po' più in là il dio petrolio non conosce ostacoli.
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