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TERRA TERRA
18.01.2003
  • | di GUGLIELMO RAGOZZINO ,
    Latte (e acqua) per il Burkina Faso
    Due paesi, il Togo e il Burkina Faso, entrambi in Africa occidentale, sono al centro di un rapporto del British Medical Journal. L'argomento è la pericolosa diffusione fuori controllo del latte in polvere in sostituzione di quello materno. Vengono citate almeno tre imprese multinazionali, Nestlé, Danone, Wyeth. Le prime due, tanto per non perdere tempo, vendono anche l'acqua pura che potrebbe sostituire quella non potabile che troppo spesso viene usata nelle formule per i lattanti. In Togo e Burkina Faso le popolazioni sono indifese nei confronti delle imprese occidentali ricche e sapienti. D'altro canto sono un mercato promettente. La fertilità per donna raggiunge ancora livelli elevati, 5,8 figli per donna in Togo e 6,9 in Burkina Faso. Ma non c'è da preoccuparsi. Ci penserà la mancanza di acqua pulita a sfoltire la massa. In Togo ogni mille nati vivi ne arriveranno 857 ai cinque anni. La selezione è ancora più forte in Burkina Faso, dove ai cinque anni arriveranno in 801. Prima dei 40 anni si perderà oltre un terzo (34,1%) dei toghiani e quasi metà (43%) dei burkiniani. In effetti i medici sul campo sono soltanto otto su centomila persone in Togo e tre in Burkina Faso. Per non dire dell'analfabetismo: 44% in Togo e 77 in Burkina Faso.

    Quante persone abbiano accesso all'acqua pulita in quest'ultimo paese non si sa; o almeno non è tra i dati di cui l'Onu disponga (Undp, il cui rapporto per il 2001 stiamo saccheggiando). Più fortunato il Togo, dove non ha accesso all'acqua pulita il 46% della popolazione. Come ovvio, questo non significa che in un villaggio metà famiglie abbia l'acqua e l'altra metà se la possa far prestare. Significa che in interi villaggi nessuno ha l'acqua buona. Ha però spesso la magica polverina bianca, il latte in polvere che fa crescere, grandi e forti, i bambini. Il risultato è di dieci decessi di bambini, nutriti con latte artificiale, per uno di bambino nutrito con latte materno; questo almeno è il convincimento di un pediatra inglese, il dottor Tony Waterson, del General Hospital di Newcastle Upon Tyne, nell'Inghilterra del nord.

    Altre informazioni provengono da Victor Aguayo, un esperto in tema di alimentazione e sopravvivenza dei bambini che opera in Africa. «In Africa occidentale i fabbricanti hanno violato il codice che sovrintende alla commercializzazione dei sostituti del latte materno». E il riferimento di Aguayo non è generico, ma richiama il codice internazionale adottato nel 1981 dall'Organizzazione mondiale della sanità per difendere mamme e bambini da un uso scriteriato dell'alimento artificiale. In sostanza i fabbricanti non possono regalare campioni o altro, né rivolgersi direttamente alle mamme, né farsi pubblicità diretta. Devono invece spiegare come usare la formula, quali ne siano i limiti e i pericoli, informare con precisione della preferibilità dell'allattamento naturale. Nel 1997 però si è conclusa una larga inchiesta per conto dell'Unicef, curata dall'Internagency Group on Breastfeeding Monitoring e finanziata da 27 enti e Ong, in quattro stati assai diversi tra loro: Bangladesh, Tailandia, Sudafrica e Polonia. L'inchiesta ha potuto dimostrare che alcune imprese multinazionali tra cui Nestlé Gerber, Mead Jonhson, Nutricia, e Wyeth non applicavano il codice Oms, in tutto o in parte. (cfr. Anna Meldolesi, Polvere bianca sul terzo mondo, 12-4-1998 e Marina Forti, Il biberon artificiale allarma l'Unicef, 29-7-1999). Pur negando ogni responsabilità, le varie case promisero di rispettare alla lettera il codice e di attivarsi ancor di più in futuro, parola di multinazionale.

    Il rapporto divulgato dal British Medical Journal colpisce le multinazionali indicate accusandole di non applicare il codice. Danone si dice assai sorpresa per le affermazioni ed esclude di«essersi mai permessa, in particolare nei due paesi indicati, di fare pubblicità o promozione presso il pubblico». Nestlé rovescia le responsabilità eventuali, domandandosi perché i ricercatori non l'abbiano informata e facendo notare che dal rapporto non si capisce se e come abbiano partecipato all'indagine i governi. «Perché il codice obbliga anche loro», assicurano i padroni del latte e dell'acqua da bere.

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