domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
05.02.2003
-
| di CAROLA FREDIANI
,
Fettina irradiata, fettina rifiutata
Che la sicurezza alimentare sia da anni al centro delle preoccupazioni dei consumatori - e di conseguenza anche di alcune aziende e governi - è un dato di fatto. I rimedi e le precauzioni che spesso vengono avanzati sono però quanto meno dubbi. Negli Stati uniti ad esempio le paure di «tossinfezioni alimentari» sono cementate da numeri considerevoli: ogni anno, 76 milioni di americani si ammalano a causa di quello che mangiano. Di questi, 325 mila devono ricorrere a cure ospedaliere, mentre 5200 muoiono. Sotto accusa sono in particolare la carne e una serie di infezioni che vanno dalla e.coli alla listeria, ma anche alla salmonella e al toxoplasma. Recentemente, uno di questi incidenti ha costretto al ritiro dal mercato di 8600 tonnellate di carne macinata contaminata con e.coli da parte della ConAgra del Colorado. Naturalmente i prodotti vengono ritirati solo dopo che qualcuno si è ammalato.
Per ovviare a tanta cattiva pubblicità le grandi imprese della carne statunitense stanno pensando di promuovere ed estendere l'irradiazione, una tecnologia già usata in alcune carni e spezie che dovrebbe eliminare il rischio di simili infezioni. E della stessa opinione sembra essere l'agenzia federale per la sicurezza sul cibo, la Food and Drug Administration, che vuole aumentare il numero di alimenti sottoposti a irradiazione.
La proposta ha però subito suscitato una fiera opposizione delle associazioni di consumatori, tanto da rendere il dibattito sull'irradiazione scottante come quello sugli organismi geneticamente modificati.
Per le corporations agroalimentari, l'Organizzazione mondiale della sanità e l'Associazione dei medici americani, l'irradiazione è una tecnologia sicura ed efficace. In pratica si tratta di passare ai raggi x, oppure ai raggi gamma o ai raggi beta, la vostra fettina di carne. Questi raggi ad alta energia derivanti da sorgenti radioattive danneggiano il Dna dell'alimento, provocando rotture o modificazioni che impediscono la riproduzione dei microrganismi. Certo, il procedimento non vi salvaguarda da virus e prioni (e dunque dalla mucca pazza) e per di più la vostra fettina assumerà un odore e un gusto poco appetitosi. Ma ne va della sicurezza.
Un ragionamento che non ha convinto i consumatori, per i quali l'irradiazione non è che una pezza, sgradevole e dalle conseguenze dubbie, con cui i baroni della carne cercano di coprire un sistema d'allevamento e macellazione disfunzionale. «L'industria della carne ha creato un sistema che rende difficile produrre un alimento sano», spiega Patty Lovera di Public Citizen, «e credono che l'irradiazione sia una facile via d'uscita». Il problema - sostengono queste associazioni insieme agli agricoltori bio - sta nel sovraffollamento degli allevamenti e nella velocità eccessiva delle macellazioni.
Un odierno mattatoio infatti «processa», ovvero ammazza, circa 90 polli al minuto e 300 mucche all'ora. Ciò significa una velocità che mette spesso in pericolo i lavoratori e che facilita l'accidentale contaminazione delle carni con l'intestino e i suoi resti e dunque la diffusione di infezioni. Per gli attivisti dell'associazione Food and Water, ad esempio, l'esplosione di epidemie di e.coli negli ultimi 15 anni è strettamente legata alla crescita mastodontica delle imprese della carne, che hanno assunto sempre più i connotati del monopolio. A controllare quasi tutta la produzione nel paese sono infatti solo tre grosse compagnie: la Tyson per il pollame, la Ibp per i bovini e la Smithfield per i suini.
Ma gli organismi preposti alla salvaguardia della salute pubblica, come la stessa Fda, invece di mettere il dito sulla piaga denunciando gli effetti devastanti che un simile sistema ha sulla sicurezza alimentare, sul rispetto degli animali e dell'ambiente e sui diritti dei lavoratori, hanno pensato bene di promuovere l'irradiazione come panacea di tutti i mali. Ignorando tra l'altro anche gli effetti negativi di questa tecnologia sugli alimenti, quali la perdita di vitamine. Per non parlare dei rischi sui consumatori a lungo termine.
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