domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
28.02.2003
-
| di MARINA FORTI,
Il veleno nell'acqua in bottiglia
La storia è ambientata in India, ma potrebbe essere in ogni paese dove è in commercio acqua in bottiglia - cioè ovunque al mondo. Il 5 febbraio a New Delhi la redazione del noto magazine ambientalista, Down to Earth, pubblicato dal Centre for Science and Environment, convoca una conferenza stampa per presentare la sua ultima «storia di copertina»: un'indagine da cui risulta che l'acqua in bottiglia di tutte le più note marche in commercio contiene residui di pesticidi. L'indagine è rigorosa e riguarda sia l'acqua minerale (cioè imbottigliata da fonti naturali), sia la semplice «acqua potabile», normalissima acqua purificata perché non contenga batteri e infezioni. Riguarda, del resto, sia marche indiane sia marche appartenenti a grandi multinazionali. Tutte, proprio tutte contengono residui dei pesticidi più usati nel paese. L'acqua in bottiglia è diffusissima in India (anche perché quella degli acquedotti non è affatto sana), anche se l'abitudine di comprare l'acqua è relativamente recente, una decina d'anni fa. Fino ad allora in ogni casa privata si facevano bollire ogni mattina grandi pentole d'acqua per poi filtrarla dai residui solidi. La classe media indiana finiva per comprare le bottiglie di Bisleri (era la più diffusa marca nazionale: semplice acqua purificata) solo in viaggio. Uno dei segni della liberalizzazione dell'economia dei primi anni `90, quando New Delhi ha smantellato il sistema di licenze e quote di produzione e di controlli sull'import e sull'export, è stato il boom di beni di consumo. L'acqua ha seguito il trend. D'improvviso bollitori e filtri sono scomparsi e nei mercati urbani sono comparse bottiglie e barilotti (formato per famiglie o uffici). La Bisleri è rimasta nelle stazioni ferroviarie, mentre nei negozi sono comparse marche più sofisticate, dalle acque dell'Himalaya a nomi che ricordano famose bibite. Già, la liberalizzazione ha riportato in India anche le multinazionali che ne erano fuggite ai tempi del controlli statali, e tra le marche d'acqua più diffusa ora c'è Kinley (della Cocacola), Aquafina (Pepsico), Pure Life (Nestlé). Negli ultimi tempi ci sono state notevoli polemiche su enti locali che hanno dato concessioni a grandi aziende per pompare l'acqua da questo o quel lago o fiume, purificarla e imbottigliarla - effettivamente privatizzando un bene pubblico, cioè l'acqua da attingere o per irrigare.
L'acqua messa in bottiglia e venduta dovrebbe almeno essere sana. E invece ecco che arriva un gruppo ambientalista, raccoglie bottiglie di 17 marche in commercio a Delhi e a Bombay, le fa analizzare e scopre che tutte contengono residui di pesticidi (si salva solo la Evian importata). Alcuni sono altamente tossici: tra gli organoclirati si segnalano il lindano e il ddt (entrambi vietati da diversi anni); tra gli organofosforosi il malathion e il chlorpyrifos. Roba usata a man bassa nein campi o per usi domestici. Ora gli indiani scoprono che nell'acqua che bevono ci sono residui parecchie decine di volte più alti di quelli ammessi nell'Unione europea, in alcuni casi 104 volte più alti.
La notizia è diventata scandalo, come c'era da attendersi: il ministro indiano per i consumatori e l'alimentazione ha ordinato un'indagine sulle acque in bottiglia per trovare che l'indagine pubblicata da Down to Earth diceva il vero. La stampa indiana e anche qualche media internazionale hanno dato ampio risalto alla cosa, compreso un piccolo dettaglio: quell'acqua è sì velenosa ma perfettamente legale perché le norme per l'acqua imbottigliata, stabilite in gran fretta qualche anno fa, parlano solo di residui «sotto i limiti visibili» - nessuna quantità misurabile: per questo il Cse aveva usato come riferimento i parametri dell'Unione europea. Il Bureau of Indian Standards ha promesso di rivedere le norme sull'acqua in bottiglia. Mentre Down to Earth suggerisce di analizzare l'acqua degli acquedotti, e di rivedere l'uso di pesticidi in agricoltura: perché è quella la fonte del problema.
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