mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
05.03.2003
-
| di MARINA FORTI,
La foresta contesa del Kerala
La notizia viene dal Kerala, India meridionale. Parla di adivasi («tribali», gli abitanti indigeni originari dell'India) e della loro lotta per la terra, di repressione di polizia, ma anche del conflitto tra queste comunità indigene e molte organizzazioni ambientaliste. «La lotta per il diritto alla terra intrapresa dalle comunità indigene del Kerala ha preso una piega violenta: la polizia e gli agenti della forestale hanno attaccato a colpi di fucile migliaia di uomini, donne e bambini per sgomberarli dalla riserva naturale di Wayanad che avevano occupato, i tribali hanno resistito allo sgombero con i loro archi e frecce e armi artigianali», leggiamo nella nota diffusa per e-mail da attivisti indiani. I fatti sono avvenuti il 19 febbraio. Il bilancio, secondo le notizie diffuse da attivisti indiani, è di 7 morti: sei adivasi e un poliziotto. «Le operazioni di polizia sono continuate fin tardi la sera per liberare due impiegati della forestale presi in ostaggio dall'Adivasi Gothra Maha Sabha, l'organizzazione di circa 35 comunità indigene del Kerala. Gli agenti hanno incendiato ripari e tende improvvisati con bambù, vimini e teli di plastica. ...Più tardi la polizia ha sparato nelle tende dove pensava che si nascondessero i leaders della lotta, CK Janu e M. Geethanandan». Questi incidenti «segnano un tragico capovolgimento dopo il successo democratico dell'agitazione dei tribali, che 17 mesi fa avevano costretto il Chief Minister (capo del governo statale) del Kerala a promettere la distribuzione di appezzamenti di terra tra mezzo ettaro e 2 ettari per ciascuna delle 53mila famiglie tribali senza terra». Il governo si era impegnato a distribuire terra coltivabile, un programma di riabilitazione di 5 anni e l'avvio del decentramento dei poteri nelle zone tribali come garantito dalla Costituzione indiana. «Il tradimento di queste promesse ha lasciato le comunità adivasi disperate e disilluse» ed ha aperto una nuova fase di lotta, più violenta e disperata. L'organizzazione delle comunità adivasi ha accusato l'amministrazione forestale dello stato (il Kerala Forest Department) di formare una sorta di «mafia delle foreste» che ha sabotato l'accordo. Risulta che una gran parte delle terre identificate per la distribuzione alle famiglie tribali sono zone di `interesse pubblico' i cui diritti proprietari non possono essere ceduti ai sensi della legge nazionale di protezione ambientale e di numerose sentenze successive della Corte suprema.
In altre parole, la protezione ambientale è stata brandita per non distribuire la terra promessa alle famiglie tribali. Questo ha spinto gli adivasi a un disperato ritorno al conflitto primordiale contro i dominatori che hanno usurpato le foreste e trasformato loro, gli abitanti originari, in lavoratori forzati. «Queste foreste erano nostre prima che i dominatori ci buttassero fuori e trasformassero la jungla in piantagioni industriali» affermava Janu (citata nella nota che riceviamo dall'India): «Questa è la nostra terra ancestrale. I nostri dei e i nostri luoghi di culto restano qui», aggiungeva la leader adivasi per giustificare l'occupazione della terra.
La terra occupata dalle comunità tribali, nella riserva di Wayanad, fa parte della Nilgiri Biosphere Reserve, a cui ambientalisti e amministrazione forestale attribuiscono grande importanza per la salvaguardia delle foreste e la protezione dell'elefante asiatico. Un gruppo ambientalista locale che aveva sempre sostenuto le lotte degli adivasi per la terra, la Wayanad Prakriti Samrakshana Samithi (società per la conservazione della natura), ora è uscito con un appello alla Agms a ritirarsi dalla foresta nell'interesse comune della conservazione dell'ecosistema. «La nostra lotta è per la democratizzazione della società keralita», ha risposto Geethanandan - scrivono gli attivisti indiani. Fanno notare che il Kerala è tra gli stati più avanzati in fatto di redistribuzione della terra, sanità, istruzione: «ma ha lasciato i suoi circa 320mila abitanti tribali in preda a malnutrizione, povertà, malattie, alcoolismo. E il 90% di loro, cioè 53mila famiglie, sono senza terra». E ora gli adivasi sono tornati al conflitto violento.
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