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TERRA TERRA
14.03.2003
  • | di FULVIO GIOANNETTO,
    Gli animali contagiati dagli umani
    Sembrava solo un'ipotesi o tuttalpiù una curiosità naturalistica. Pochi mettevano in discussione il fatto che alcune delle peggiori e incurabili epidemie virali conosciute siano trasmesse da vettori animali agli esseri umani: gli esempi sono numerosi, dall'antica peste nera a recentissimi virus come l'Hiv, Ebola che fa strage in molte regioni dell'Africa, il virus del Nilo che ogni inizio d'estate terrorizza gli Stati uniti, l'hantavirus, la psittacosis, e poi tutta la serie di virus della banale influenza, o la comunissima rabbia. I veterinari del Defra britannico (Department for Environment, Food and Rural Affairs) hanno osservato perfino casi (isolati) di spargimento del virus della «mucca pazza» - la encefalopatia spongiforme bovina) a mucche, maiali e pecore a partire da capre in Pembrokeshire (Galles), da parte di allevatori squattrinati per poter recuperare i sussidi statali. Finora però non c'erano prove tangibili del contrario, del fatto che anche gli esseri umani potessero trasmettere mortiferi e letali virus fra le popolazioni di animali selvatici. Per questo è sconcertante lo studio naturalistico ed epidemiologico condotto dal Centro per la conservazione delle risorse africane in Botswana fra le popolazioni di suricata e di meekats (Suricata suricata siricata e S.s. majorae), piccoli mammiferi predatori simili ai suricata del deserto del Kalahari (Sudafrica): dimostra infatti che questi resistenti mammiferi, che si nutrono di scorpioni neutralizzando il loro potente veleno, non hanno purtroppo sviluppato delle difese immunitarie per proteggersi dai virus umani. Come le apparentate manguste del Parco nazionale di Chobe (Botswana), anche le suricata e le meekats sono infettate dal virus della tubercolosi umana. Secondo questo studio, le popolazioni animali selvatiche si sarebbero infettate a causa dei sempre più frequenti contatti con gli umani dovuti alle attività ecoturistiche, ai safari fotografici e ai continui e pressanti cambi dell'uso del territorio da parte delle popolazioni contadine - l'espansione di coltivazioni dove prima c'erano la savana o il bush, la boscaglia, e il relativo avanzare di insediamenti umani.

    E' probabile che i mekats e le manguste abbiano contratto la tubercolosi umana mentre cercavano alimenti nelle pattumiere e ai bordi delle piste e dei cammini rurali frequentati dai turisti. Del resto nei laboratori di virologia si conoscono casi di conigli infettati dal virus mixomatoso umano e di retrovirus felini analoghi al Hiv umano.

    Un caso diverso ma egualmente allarmante è osservato in Saskatchewan (in Canada) e nelle Montagne rocciose degli Stati uniti le autorità sono sempre più preoccupate della repentina diffusione del virus delle «alci pazze», come lo chiamano la stampa ed il pubblico in generale, cioè una variante di un prione dei cervidi che si accumula nei neuroni come nel caso del morbo di Creutzfeldt-Jakob dell'encelopatia spongiforme bovina (Bse). Una malattia virale sembra endemica fra le popolazioni selvatiche di alci e di cervi dei boschi in Colorado, Nebraska e Wisconsin, che sembrava fosse solamente zoonotica (dagli animali all'uomo), ma alcuni ricercatori ormai sembrano indagare anche l'ipotesi di una prima contaminazione trasmessa da alcuni cacciatori nel 1960 attorno a Fort Collins. Cacciatori come vettori epidemiologici.

    Si tratta di ricerche in fase iniziale, ma le implicazioni conservazionistiche, ecologiche e biologiche di questi studi sono evidenti. Non ultima quella di finalmente scoprire che l'essere umano non è una specie asettica isolata dal resto del mondo vivente - al contrario è anche un piccolo ecosistema interconnesso con le altre specie, fra l'altro portatore di virus contaminanti per le popolazioni selvatiche di altri animali.



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