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TERRA TERRA
22.03.2003
  • | di MARINA FORTI ,
    Iraq, i farmers vanno alla guerra
    Sfamare gli iracheni? I produttori di cereali e altre derrate si stanno preparando, negli Stati uniti e Australia. E l'Iraq si prepara a fornire uno degli esempi più lampanti di come la differenza tra «aiuti» e «mercato» sia molto, molto sottile. Da settimane ormai le agenzie umanitarie della Nazioni unite lanciano allarmi per la crisi umanitaria da attendersi in Iraq. Ancora prima che la guerra cominciasse, avvertivano, il 60% dei 24 milioni di iracheni dipendono dal cibo distribuito nell'ambito del programma oil for food (petrolio in cambio di cibo: sottoposto a sanzioni economiche dopo la guerra del Golfo nel 1991, l'Iraq ha avuto il permesso di vendere una certa quota di suo petrolio e usare gli introiti per importare derrate alimentari, medicinali e altri generi di prima necessità, con un meccanismo strettamente controllato da un comitato ad hoc presso il Consiglio di sicurezza dell'Onu): il sistema pubblico di distribuzione sotto il monitoraggio delle Nazioni unite distribuiva circa 450mila tonnellate di cibo al mese. Fino a qualche giorno fa: ora il sistema oil for food è bloccato, le operazioni militari impediscono l'arrivo dei cargo alimentari. Non solo: i responsabili della Fao avvertono che le operazioni militari e l'incertezza minacciano il raccolto di quest'anno, a fine aprile - si aspettava una produzione di 1,7 milioni di tonnellate di cereali, soprattutto grano e orzo, necessari all'alimentazione umana e del bestiame - circa 18 milioni di pecore e capre e 1,5 milioni di bovini. E' ovvio che il fallimento del raccolto renderà l'Iraq vulnerabile per un lungo periodo a venire. Il World Food Program (Programma alimentare mondiale), agenzia dell'Onu specializzata nelle emergenze alimentari, dalla sua sede centrale di Roma giovedì ha annunciato che è pronta a lanciare «la più grande operazione umanitaria» della sua storia. I responsabili del Wfp stimano che l'Iraq abbia riserve per nutrire la sua popolazione per le prossime sei settimane, poi sarà necessario provvedere: l'organizzazione dell'Onu si aspetta di dover sfamare milioni di iracheni, forse l'intera popolazione del paese - dipende da quanto lunga e rovinosa sarà la guerra. Lamenta però che le donazioni tardano ad arrivare. Anche a Washington del resto diverse organizzazioni private umanitarie, e deputati al Congresso, e associazioni di produttori agricoli, premono perché l'amministrazione corra ai ripari della prevedibile crisi umanitaria.

    E l'amministrazione ha risposto: il ministero dell'agricoltura (Usda) ieri ha annunciato che preleverà 600mila tonnelate di grano dalle riserve governative per mandarle in Iraq, a sostituire ciò che arrivava nell'ambito dell'oil for food. Una parte di quel grano sarà in realtà venduto sul mercato americano e con i proventi sarà acquistato riso da mandare in Iraq. Subito saranno spedite 50mila tonnellate di grano, poi arrverà il riso (altrettante ne invierà da subito l'Australia, altro grande produttore di cereali). Con questo il Dipartimento Usa all'agricoltura viene incontro alle pressioni delle associazioni dei farmers, che gongolano: ciò che viene tolto dalle riserve governative andrà rimpiazzato comprando il loro grano. Anche i produttori americani di polli hanno fatto un appello a includere i volatili nel pacchetto di aiuti per l'Iraq: il loro primo mercato d'esportazione, la Russia, quest'anno ha drasticamente ridotto gli acquisti causa una disputa commerciale e i polli americani cercano altri sbocchi.

    Dopo gli aiuti e la prima emergenza, i farmers americani sperano di riconquistare un mercato perso nel '90: fino alla guerra del Golfo, l'Iraq era il maggior mercato d'esportazione per il riso statunitense e un importante acquirente di grano, pollame e altre derrate - acquisti spesso fatti con l'aiuto di crediti o garanzie del governo americano. Poi sono stati tagliati fuori: dei 2,6 milioni di cibo e medicinali acquistati ogni anno con il programma oil for food nulla viene dagli Usa. E' facile scommettere che nel prossimo futuro l'export Usa avrà modo di rifarsi.

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