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TERRA TERRA
07.06.2003
  • | di MARINA FORTI,
    Una nuova «rivoluzione verde»
    Il signor Tukaram Borade è considerato un pioniere della coltivazione del caffè in Maharashstra, lo stato dell'India occidentale che ha per capitale Mumbai (Bombay). La sua innovazione non sta solo nella scelta del caffè - in India viene coltivato piuttosto più a sud - ma nella filosofia d'insieme della sua coltivazione. Sulla terra che la sua famiglia aveva acquistato nel `95 in un distretto collinoso, il signor Borade ha dapprima piantato la quercia argentata. Un paio d'anni dopo, quando ha saputo che la pianta del caffè cresce bene all'ombra di questi alberi, ha deciso di provare su un acro (poco più di 4 metri quadri). Visto che funzionava, ha esteso l'esperimento: oggi la sua terra è un bosco di querce alla cui ombra crescono caffè e pepe (un rampicante che viene benissimo attorcigliato ad alberi d'alto fusto). L'effetto visivo è lussureggiante e le tre piante coesistono benissimo, spiega: le radici delle querce vanno in profondo 3 o 4 metri, così non consumano l'acqua sulla superficie del terreno che serve invece a caffè e pepe. Le foglie dei grandi alberi, secche, fanno un ottimo concime naturale. «La piantagione ha tre risultati: mi da un guadagno per vivere, il fertilizzante naturale migliora la qualità del terreno e gli alberi fanno una copertura verde. E sono riuscito a farlo senza prendere a prestito una sola rupia», dice soddisfatto l'agricoltore a The Week, settimanale indiano che qualche tempo fa ha dedicato un lungo servizio ai tentativi di sviluppare un'agricoltura «biologica» in India (19 gennaio 2003). L'esempio del caffè del signor Borade è indicativo. Ormai sono molti i paesi del Sud del mondo che si rivolgono all'agricoltura (e spesso anche all'allevamento) «biologico», visti più che altro come genere per l'export: un'ottima nicchia di mercato, poiché nei paesi ricchi la domanda di cibo biologico aumenta. In effetti frutta e verdura e carne con i marchi «organic», biologico, che abbondano nei supermercati europei, americani o giapponesi provengono quasi per intero da paesi lontani (cosa che dovrebbe aprire un lungo discorso: i difetti di economie agricole tutte puntate all'export restano tali, anche se il prodotto esportato è biologico invece che convenzionale). Da questo punto di vista però l'India arriva relativamente tardi: solo un paio d'anni fa il governo ha annunciato misure per incoraggiare la produzione biologica per l'export, e di recente il ministero del commercio ha lanciato un marchio Indian Organic. Ma ancora, un po' di tè è l'unico prodotto indiano «organic» davvero comparso sui mercati internazionali.

    La giungla di querce-caffè-pepe del signor Borade non parlano però di una riconversione all'ultima coltura da export. Qui si tratta di produzione locale per il mercato locale. Borade raccoglie circa 400 chili di caffè per acro, che vende a una ditta di torrefazione di Bangalore. Il suo esempio è stato seguito da 250 altri agricoltori nella sua provincia. Altri esempi analoghi parlano di un lento processo di innovazione nell'agricoltura fatto un po' di nuovi tentativi, un po' di recupero di tecniche agricole tradizionali. Come il caso del signor Hakim Abdulhai Ormani, che ha pazientemente trovato un erbicida naturale per combattere l'erba infestante che là in Maharashtra chiamano gajar gavat (parthenium hysterophorus), che distrugge interi campi e provoca terribili allergie alla pelle degli umani. Alla fine il signor Osmani ha trovato il suo erbicida e ne ha ottenuto un brevetto nazionale. In un altro distretto del Maharashtra, Balkrishna Kathalkar - che ha lasciato il suo lavoro di insegnante di maharati, la lingua locale, per dedicarsi all'agricoltura - ha trovato un metodo assai efficace per produrre vermicompost, un concime naturale, e lo usa con grande profitto sui suoi 13 acri di cotone, cereali e ortaggi. Quindi ha cominciato a insegnare agli agricoltori di tutta la zona come costruire vermicolture per rifornire i propri campi di concime naturale: insegna gratis, dice (sempre a The Week), perché deve essere un sapere comune.

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