mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
08.06.2003
-
| di ANTONIO TRICARICO,
Petrolio, conflitti, e niente sviluppo
«Il ruolo coloniale delle multinazionali del petrolio in Azerbaijian è simile a quello dell'Iraq. L'unica differenza è che il nostro presidente è d'accordo con Bush». Drastico il commento di Mayis Gulalyiev, presidente della Confederazione delle Ong del Caucaso, con sede a Baku, in Azerbaijian. Il Caspio è al centro di un nuovo «grande gioco», ha spiegato Mayis giorni fa a Roma parlando del sul controverso oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Promosso dall'amministrazione americana sin dalla metà degli anni `90, questo oleodotto trasporterà le risorse petrolifere del Caspio direttamente sul Mediterraneo, tagliando fuori sia la Russia che tende a monopolizzare «energeticamente» la regione, sia il «malefico» Iran. E però questo progetto suscita gravi preoccupazioni nella società civile dei quei paesi. Ora Mayis - insieme a Manana Kochladze, direttrice della Ong georgiana Green Alternative nonché coordinatrice del Caucaso Sud per la rete esteuropea Cee Bankwatch - è in giro per capitali europee nella speranza di far sentire queste preoccupazioni ai finanziatori del controverso oleodotto. Nell'autoritario Azerbaijan simili sfide si pagano, da mesi ormai l'ufficio di Mayis è pattugliato dalla polizia . Il progetto di oleodotto, dal costo di oltre tre miliardi di dollari, sarà costruito e gestito dal consorzio Btc, a guida Bp e con la partecipazione anche dell'Eni per una quota pari al 5% (la multinazionale petrolifera italiana aveva snobbato il Btc, vi è entrata dopo l'11 settembre per non dissentire al volere americano). Per operare a pieno regime per 40 anni il consorzio Btc avrà bisogno anche del petrolio del Caspio settentrionale, i giacimenti del Kazakistan: e dal 2001 l'Eni è sorprendentemente operatore unico dei giacimenti di Kashagan. Questo dimostra come sia infondata la pubblicità del Btc come progetto «verde» perché riduce il numero di pericolose petroliere che attraversano il Bosforo per portare il petrolio dai terminali russi e georgiani del Caspio al Mar Nero sui mercati occidentali. Il problema ambientale sarà solo spostato sul Caspio, già devastato da decenni di operazioni petrolifere sovietiche. Che il Btc sia un progetto politico è chiaro sin dal 1998 quando la Bp, principale operatore del petrolio off-shore nelle acque dell'Azerbaijian, sotto pressione del governo americano, ha acconsentito a costruire l'oleodotto a condizione che fosse finanziato con «i soldi pubblici a perdere» della Banca mondiale, della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e di diverse agenzie di credito all'esportazione americane ed europee (tra cui l'italiana Sace, che ha ricevuto lo scorso marzo una richiesta di garanzia da esportatori italiani per un valore di 50 milioni di dollari). In un incontro proprio con i rappresentanti della Sace, Mayis e Manana hanno fatto notare che l'oleodotto Baku-Ceyhan porterà nei loro paesi più corruzione, più militarizzazione e più violazioni dei diritti umani: la Sace ha detto senza mezze parole che la difesa dei diritti umani non è nel loro mandato, loro si occupano del sostegno agli esportatori italiani per far crescere l'economia italiana. Eppure i diritti umani sono la principale preoccupazione nei tre paesi attraversati dall'oleodotto, dal momento che i 1.760 km del tracciato costeggiano sette aree di conflitto, tra cui la Cecenia e il Nagorno Karabak, e per questo saranno militarizzati. E poi, oltre alle garanzie finanziarie contro rischi commerciali e politici, le compagnie petrolifere hanno anche imposto ai tre paesi ospiti accordi (ratificati nel 2000) che sovrascrivono interamente le leggi nazionali in materia ambientale, sociale, del lavoro e stabiliscono le responsabilità in caso di incidenti. «E' singolare che l'Accordo intergovernativo fra i tre paesi attraversati dall'oleodotto affermi che l'opera non ha finalità pubbliche», fa notare Manana Kochladze. Mentre il vantaggio economico per Turchia, Georgia e Azerbaijan sembra assai magro, secondo uno studio di analisti finanziari indipendenti della Claros Consulting. Insomma, ancora petrolio, ancora conflitti, niente sviluppo.
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