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TERRA TERRA
25.06.2003
  • | di MARINA FORTI,
    La guerra dei leoni davanti a Nairobi
    La scena era davvero pittoresca: un gruppo di guerrieri masai, detti morans, armati di lance e altre armi tradizionali, all'inseguimento di un leone nella savana. E però non era un «film-verità» e neppure uno spot del ministero del turismo, quella trasmessa da una tv locale di Nairobi, capitale del Kenya. Al contrario: era parte di un conflitto scoppiato tra le tribu masai e il ministero dell'ambiente e risorse naturali. Oggetto del conflitto sono i leoni del Nairobi national park, parco nazionale il cui limite è ad appena 8 chilometri da Nairobi. Da tempo i leoni hanno preso a sconfinare dal parco e aggredire il bestiame dei masai, capre bufali e manzi. Finché i masai hanno deciso di proteggere le mandrie cacciando i leoni: ne hanno uccisi dieci solo negli ultimi due mesi, lasciandone solo più nove. Inutile dire che uccidere bestie selvagge è supervietato in Kenya fin dagli anni `70. I masai però sono irremovibili: «Il governo dovrebbe riportare questi leoni all'interno del parco. Ma nel momento in cui vagano nella nostra zona li uccideremo senza dubbio», ha detto Godfrey Ntapaiya, un portavoce dei morans masai, alla corrispondente kenyota dell'agenzia Environment News Service (ne riferisce in un servizio del 23 giugno, da cui abbiamo tratto anche le dichiarazioni che seguono). Altrettanto fermo è il governo. Non staremo a guardare mentre i masai decimano i leoni, ha detto furibondo il ministro per l'ambiente Newton Kulundu commentanto la caccia televisiva: «Il paese non si può permettere il precedente creato dai morans cacciando un leone uscito dal Nairobi national park». La guerra di parole infuria. «Neppure noi staremo fermi a guardare mentre i leoni ci impoveriscono», ha risposto Ntapaiya, rivendicando la tradizione di pastori nomadi dei masai: «E' ben noto il nostro attaccamento al bestiame. Se il governo non è in grado di controllare i leoni, li controlleremo noi in modo permanente, uccidendoli». Il ministro ha detto che farà arrestare chi uccide i leoni, come vuole la legge - anche se finora gli agenti del Kenya Wildlife Service (l'ente statale responsabile della gestione dei parchi) e dei servizi di sicurezza interni non hanno compiuto arresti. Il portavoce dei guerrieri contrattacca: «Se la prendono con noi quando un leone è ucciso, ma quando cento delle nostre mucche sono divorate non fanno nulla per risarcirci».

    Ora il Kenya Wildlife Service sta studiando diverse soluzioni per correre ai ripari: una proposta è costruire due grandi aree recintate in cui mettere i 9 leoni rimasti - al costo di circa 200mila scellini, pari a 2.340 dollari. Il ministero dell'ambiente sta pensando, come soluzione più a lungo termine, di recintare tutto il limite meridionale del parco in modo che i leoni non possano sconfinare nelle zone dei masai. Ma nessuna delle due proposte è davvero una soluzione, attacca il Council for Human Ecology, organizzazione ambientalista che ha sede a Nairobi: «Se i leoni sono recintati nel Parco, e le loro vie migratorie saranno chiuse, non resterà che nutrirli, o direttamente o importando erbivori nel parco perché i felini possano cacciarli», dice il direttore Oscar Mann.

    Il punto è che i leoni hanno cominciato a sconfinare dal parco inseguendo appunto gli erbivori, loro preda abituale. Zebre, gazzelle, antilopi escono dal parco tra maggio e luglio, quando l'erba della savana è troppo alta. La via d'uscita è aperta, perché per l'appunto il confine del parco non è recintato. Ora però è chiusa la via di ritorno, perché la popolazione umana preme e sono sorti nuovi progetti residenziali proprio a ridosso del confine meridionale del parco. Dunque zebre e antilopi emigrano sotto la spinta delle case che avanzano; i leoni le inseguono, ma poi trovano che le capre e le mucche dei masai sono una preda molto più facile. Del resto anche i masai hanno cambiato stile di vita: sempre pastori, ma molto più stanziali di prima. E la capitale si espande. Così diventa difficile mantenere «corridoi» per la fauna selvatica e «zone cuscinetto» tra parchi e umani, e tutte le cose necessarie a gestire un parco: soprattutto a 8 chilometri da una metropoli.



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