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TERRA TERRA
26.06.2003
  • | di MARINA FORTIAR ,
    Negli Usa, ogm senza controllo
    L'argomento è semplice: gli ogm («organismi geneticamente modificati») messi in commercio negli Stati uniti hanno ormai passato anni di sperimentazione e tutti i controlli necessari, ergo sono perfettamente sicuri per il consumatore e per l'ambiente. E se sono buoni per i consumatori americani saranno buoni anche per il resto del mondo - dai poveracci del Malawi che un anno fa erano alla fame ma rifiutavano gli aiuti ogm, a quegli schizzinosi degli europei che comprano solo roba etichettata e ogm-free. Questo è l'argomento ripetuto a Washington, in infinite varianti. E però proprio a Washington nei giorni scorsi sono stati diffusi due rapporti che sollevano molti dubbi sui controlli effettuati negli Usa sulla coltivazione commerciale di ogm. E vengono da centri di ricerca che non antipatizzano per principio con l'ingegneria genetica. Il Centre for Science in the Public Interest (Cspi) anzi è piuttosto favorevole all'uso di ingegneria genetica in agricoltura, quando siano rispettate le regole. Ma è proprio questo il punto. Analizzando i dati del servizio statistico del dipartimento (ministero) all'agricoltura, il Cspi dice che i farmers americani vanno giù troppo pesanti con il mais Bt, il cui gene è stato modificato per produrre una tossina prodotta in natura dal Bacillus thuringiensis (Bt). La tossina è una sorta di insetticida naturale, e uccide le larve della lepidoptera, un parassita del mais. Dunque il mais Bt (brevetto Monsanto) è resistente al parassita. Le direttive dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) vogliono che ogni azienda agricola pianti almeno il 20% dei propri terreni con mais non transgenico: è la norma del cosiddetto «rifugio», serve a impedire che si selezionino insetti resistenti al Bt. Molti contestano che il 20% di «rifugio» sia sufficiente a evitare la comparsa di parassiti resistenti, ma comunque questa è la legge degli Stati uniti: e però le statistiche mostrano che nel 2002 è stata regolarmente violata dal 19% dei coltivatori di mais in Iowa, Minnesota e Nebraska. Il 13% poi sono «evasori totali», cioè non hanno piantato neppure un minuscolo rifugio, nulla. Le varietà Bt ricadono sotto la giurisdizione dell'Epa, invece che del ministero dell'agricoltura o della Food and Drugs Administration (agenzia per la sicurezza di cibo, medicinali e cosmetici) perché hanno proprietà insetticide. Nel suo rapporto (Planting Trouble, «Seminando guai»), il Cspi dice che la Epa dovrebbe controllare che i coltivatori si attengano alla regola servendosi dei dati del Servizio statistico nazionale sull'agricoltura, invece di fidarsi delle indagini telefoniche dei rappresentanti delle aziende biotech. Così solleva un problema gravissimo: le agenzie del governo di solito prendono per buone le informazioni fornite dall'azienda circa le caratteristiche di quella varietà. In altre parole, il controllore assume informazioni dal controllato con nessuna o poche verifiche indipendenti.

    Anche il Us Public Interest Research Group solleva un problema sull'efficacia dei controlli: in un suo rapporto critica il dipartimento all'agricoltura; avverte che almeno il 70% di tutti i test sul campi su varietà transgeniche condotti l'anno scorso contengono geni «segreti», classificati come informazione commerciale confidenziale, a cui il pubblico non ha accesso: ovvero, ci sono varietà transgeniche su cui non c'è controllo pubblico possibile anche se poi andranno sul mercato. Il rapporto cita il test in pieno campo condotto l'autunno scorso su una pianta modificata geneticamente per produrre un vaccino per i maiali: dice che durante la coltivazione sperimentale quella soia transgenica ha contaminato campi della corrispondente varietà «normale», tanto che 500.000 staia di soia dovettero essere distrutte. Il punto è l'«inquinamento genetico»: una volta messa in circolazione, una pianta transgenica non può essere ritirata, perché si sarà presto incrociata con le corrispondeti varietà non modificate. Con danno per i consumatori che non sanno ciò che mangiano, e per i produttori che perdono i mercati, come quello europeo, ostinati a chiedere roba non transgenica.



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