domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
28.06.2003
-
| di MARINA FORTI,
Alla sbarra i crimini del gasdotto
E' un processo molto importante quello in corso a San Francisco, California. Inusitato, e non solo per le due parti in causa: Doe versus Unocal. Doe è il nome collettivo di una quindicina di persone, donne e uomini, contadini birmani fuggiti in Thailandia nei primi anni `90 quando l'esercito ha cominciato a «ripulire» la zona dove costruire un gasdotto attraverso la penisola di Tenasserim, Birmania. Unocal è una delle maggiori multinazionali petrolifere, con sede centrale a El Segundo, California. Dal 1993, insieme alla francese Total (poi divenuta TotalFinaElf) è entrata in joint venture con il governo della Birmania, tramite l'azienda petrolifera di stato, per sfruttare un grande giacimento di gas naturale off shore nel mare delle Andamane e costruire il gasdotto fino alla terraferma e poi fino in Thailandia, sulla costa del Golfo del Siam. La sproporzione tra i contendenti è evidente: un gruppo di contadini semianalfabeti profughi nelle montagne thailandesi e una multinazionale il cui fatturato è superiore al prodotto interno lordo della Birmania. Ma il processo è insolito anche dal punto di vista giuridico. Proprio in questi giorni i giudici della 9a Corte d'Appello di San Francisco stanno discutendo se i principi cui cui furono giudicati i collaboratori nazisti, o i criminali di guerra della ex Jugoslavia, si possano applicare ai dirigenti della multinazionale petrolifera. Ovvero, se Unocal debba essere giudicata per omicidio, stupro, lavoro forzato - atti commessi dall'esercito birmano per fare spazio e proteggere il gasdotto.
Il caso legale risale al 1996, quando due citazioni in giudizio hanno raggiunto Unocal. La prima è stato iniziativa della Federazione dei Sindacati della Birmania, in esilio, ed è sostenuta dal gruppo americano International Labor Rights Fund. La seconda è partita da un gruppo di esiliati birmani in Thailandia che hanno fondato il gruppo Earth Rights. In entrambi i casi, alla base ci sono le testimonianze di donne e uomini fuggiti attraverso la foresta e le montagne del Tenasserim fino a varcare il confine con la Thailandia tra il `92 e il `93. Raccontavano di villaggi distrutti e incendiati, abitanti costretti a lavorare per l'esercito nella costruzione di strade, eliporti, alloggiamenti per i militari. E poi ancora di violenze, stupri, uccisioni. Le testimonianze dei fuggiaschi, nascosti sotto il nome «Jane Doe» o «John Doe» e un numero, sono tra gli atti dell'accusa. Altri documenti sono le «valutazioni di rischio» commissionate dal consorzio petrolifero già nel `92, o indagini interne compiute da Unocal: tutti sottolineavano la comune brutalità dell'esercito birmano. La tesi dell'accusa è che Unocal e Total sapevano e sono corresponsabili della violenza scatenata dai militari per difendere la loro pipeline.
Nove anni dopo il caso sta arrivando al dunque - anche se il tribunale non ha ritenuto di potersi occupare di Total, francese, ma solo di Unocal, americana. Si basa su una legge antica ma poco usata del codice statunitense, la Alien Tort Claim Act, che permette a cittadini stranieri di rivolgersi ai tribunali americani per violazioni delle leggi internazionali commesse all'estero. In decenni recenti è stata usata per perseguire torturatori uruguayani, dittatori deposti come Marcos o criminali di guerra come il serbo bosniaco Radovan Karadzic. Ora potrebbe servire a mettere un'azienda Usa di fronte alle sue responsabilità in operazioni oltremare.
Unocal non nega che i militari birmani abbiano seminato il terrore nella regione del gasdotto. La sua difesa è che il lavoro forzato non è però stato usato nella posa del gasdotto, e che Unocal non poteva sapere cosa facevano i militari, e in ogni caso non ne era responsabile. Questa linea di difesa ha perso nel settembre scorso, in primo grado, quando i giudici hanno decretato che il processo deve aver luogo, ovvero che i querelanti hanno tutte le ragioni per chiamare in causa la compagnia petrolifera per la «consapevole pratica assistenza o incoraggiamento che ha avuto un pratico effetto nella perpetrazione del reato». Se questa decisione sarà confermata in appello, sarà un caso unico.
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