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TERRA TERRA
05.07.2003
  • | di MARINA FORTI,
    Se il pesce muore, l'Indocina soffoca
    Il pescegatto gigante, pangasianodon gigas, è tra le creature più grandi che popolano il Mekong, secondo solo al delfino dell'Irawaddi. Come il delfino fluviale, è anche il più vulnerabile: così è diventato l'inconsapevole indicatore del vero e proprio disastro ambientale e umano che si sta consumando sul grande fiume indocinese. Il problema del pescegatto gigante è che il suo ciclo di vita è basato sulla migrazione. Il giro comincia all'inizio dell'estate, quando le piogge monsoniche gonfiano il Mekong e tutto il suo bacino. I giovani pesci nati all'incirca in Laos, dove le madri pescegatto hanno deposto le uova, cominciano allora a scendere a valle portati dalla corrente. Poco prima della capitale cambogiana Phnom Pehn il Mekong riceve il Tonle Sap, affluente che scende dall'omonimo lago. Ma nella stagione monsonica la corrente si inverte, l'acqua del Mekong risale il Tonle Sap verso il lago, e porta con sé i giovani pescigatto. Per tutta la stagione questi resteranno nel lago, dove ingrassano, fino a metà ottobre quando finiscono le grandi piogge. Allora la corrente riprende il suo corso normale, il lago comincia a svuotarsi e i pescigatto ormai adulti cominciano a percorrere la via del ritorno: scendono fino alla confluenza del Mekong che poi risalgono verso monte.

    Nel momento più intenso della migrazione di ritorno, tra dicembre e gennaio, le acque vicino a Phnom Pehn sono affollate di pesci migranti. E' qui che da qualche anno dei ricercatori dell'Università della California hanno messo una barriera di grandi reti a forma di cono con cui cercano di intercettare quanti più pescigatto è possibile: è un programma chiamato Mekong Fish Conservation. Sperano di prenderli vivi, mettergli un microchip elettronico e rimetterli in libertà nel fiume, in modo da poterli seguire da lontano e studiarne comportamenti e migrazione. Per aiutarsi hanno promesso compensi ai pescatori locali che consegnino esemplari vivi di pescegatto: il compenso è circa 90 centesimi di dollaro al chilo - un pescegatto adulto può raggiungere i 30 chili. Solo che il programma ha vita difficile: uno dei ricercatori spiegava tempo fa al New York Times (18 dicembre 2002) che nel 2000 avevano preso undici pesci, nel 2001 solo 7, e l'inverno scorso cinque di cui solo tre sopravvissuti alla cattura. Insomma: i ricercatori intenzionati a salvare una delle specie acquatiche minacciate stanno piuttosto assistendo al suo declino. Il pescegatto, una delle più grandi specie di acqua dolce, è anche tra le più minacciate.

    Il fatto è che l'intera vita del Mekong è minacciata. La pesca in tutta la regione è importantissima - il pesce di fiume è la maggiore fonte di proteine per la popolazione rurale della regione, cioè per la maggioranza degli indocinesi. Ma la pesca è in declino, perché sovrasfruttata e perché il fiume stesso subìsce diversi affronti: la deforestazione in tutto il bacino ha aumentato l'erosione e dunque l'accumulo di sedimenti dei fiumi. Le alluvioni disastrose si susseguono. Ma soprattutto, diverse dighe ormai tagliano il Mekong o i suoi affluenti - tagliando anche la via della migrazione di pesci come il pescegatto. Parecchie dighe, dalla Cina fino al Laos e alla Thailandia stanno modificando il ciclo naturale del fiume. Tre sono nel tratto cinese del Mekong. Due sono in Laos, paese che con i corsi d'acqua che scendono dalle sue montagne fornisce il 35% del volume del fiume nella parte bassa del suo corso. Particolarmente disastroso è stato poi l'effetto della diga costruita in Thailandia sul fiume Pak Mun, a soli tre chilometri dalla sua confluenza con il Mekong: da quando la diga è diventata operativa nel `94 la pesca a monte e a valle è crollata dell'80 per cento e la popolazione locale è rimasta senza mezzi per sopravvivere: a migliaia sono emigrati verso la città, a ingrossare qualche slum di Bangkok. In Thailandia i ricercatori del Mekong Fish Conservation Project dicono di non aver visto un solo pescegatto da anni.



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