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TERRA TERRA
20.08.2003
  • | di MARINA FORTI,
    Bujagali, la diga fa acqua
    C'è qualcosa in comune tra un altipiano del Laos centrale e una cascata sul Nilo Vittoria - o meglio: tra la diga di Nam Theun 2 su un affluente del Mekong e quella di Bujagali sul ramo del Nilo che scende dal lago Vittoria, in Uganda. Entrambe le dighe sono allo stato di progetto. Entrambe sono circondate da polemiche. Entrambe sono sostenute a oltranza dalla Banca Mondiale, nella sua strategia per promuovere investimenti privati nel settore energetico. Nel giro di un mese però entrambi i progetti hanno visto ritirarsi il principale costruttore e partner economico: Electricité de France nel caso del Laos, la multinazionale statunitense Aes nel caso dell'Uganda. Edf, l'ente francese per l'energia elettrica, ha annunciato in luglio la decisione di ritirarsi dal consorzio costruttore di Nam Theun 2, dando forse il colpo di grazia al progetto (vedi terraterra il 31 luglio). Quanto a Bujagali, l'annuncio è del 13 agosto. Aes, multinazionale con sede in Virginia, dice che abbandona per ragioni strettamente economiche: troppi rinvii dei lavori per un affare che produrrà meno profitti di quanto preventivato, e con un livello di rischio maggiore. L'azienda precisa che solo queste ragioni hanno contato, e non l'indagine per corruzione ora aperta su quella diga...

    Il progetto di Bujagali è se possibile ancora più controverso di quello laotiano. Dovrebbe sbarrare il Nilo pochi chilometri più a nord (cioè più a valle) del lago Vittoria da cui ha origine, in un sito di spettacolari cascate (che scomparirebbero). Nelle intenzioni del governo ugandese dovrebbe essere una di sei dighe su quel tratto del Nilo Bianco, 16 chilometri a valle della diga di Owen già esistente (di cui è già in cantiere un'estensione). Il progetto prevede una centrale elettrica da 200 megawatt, avrà un costo previsto di 550 milioni di dollari, ed è il più grande investimento diretto straniero in quella regione dell'Africa orientale. Le polemiche sono scoppiate fin dal principio, in particolare per due motivi: la Aes si è aggiudicata quel contratto, nel 1994, senza nessuna gara d'appalto; inoltre per anni sia l'azienda che il governo ugandese hanno tenuto segreto il contratto che li lega, dunque i termini (e il prezzo) a cui l'Uganda acquisterà l'energia prodotta. Solo dopo il ricorso legale di un gruppo di attivisti ugandesi, e un'ingiunzione dell'Alta corte, il 12 novembre scorso il governo ha reso pubblico il documento. A quel punto è risultato che l'Uganda si è impegnato a comprare elettricità a un costo spropositato, 2,9 milioni di dollari per megawatt prodotto: la diga di Maheshwar sul fiume Narmada (India), simile per concezione, lo produce a 1,2 milioni di dollari (vedi terraterra , 21 novembre 2002). Nell'insieme, la diga di Bujagali costerà ai suoi cittadini all'incirca 280 milioni di dollari «extra» in trent'anni rispetto a opere paragonabili altrove nel mondo. La National Association of Professional Environmentalists (Nape), ugandese, denuncia che la corrente prodotta da Bujagali sarà in ogni caso troppo cara per la gran parte dei cittadini: e fa notare che investendo nella diga il governo ha tralasciato fonti di energia meno cara e rinnovabile, come quella geotermale, che potrebbero contribuire a dare elettricità agli ugandesi - solo il 5% della popolazione oggi è collegata alla rete.

    Poi c'è la faccenda delle tangenti. Il Dipartimento alla giustizia degli Stati uniti ha in corso un'inchiesta su «pagamenti impropri» fatti in violazione alla legge Usa sulle «pratiche corrotte all'estero». Con l'inchiesta pendente, il gruppo Banca Mondiale aveva sospeso i suoi finanziamenti tra metà 2002 e l'aprile 2003 - Bujagali sarà pure un affare privato ma la gran parte del denaro investito (225 milioni di dollari) viene dalle istituzioni della Banca mondiale, che si è accollata anche la copertura del rischio.

    Sembra che ritirandosi dal progetto la Eas perda 75 milioni di dollari. «Speriamo che serva di segnale ad altre aziende che potrebbero subentrare, come la sudafricana Eskom», ha commentato una portavoce del International Rivers Network.

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