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TERRA TERRA
03.09.2003
  • | di CAROLA FREDIANI,
    Il Colorado resiste ai «pharma-food»
    Quando, nell'autunno del 2002, dopo alcuni episodi di contaminazioni accidentali, il gruppo di industrie biotech Bio, specializzate in colture geneticamente modificate per produrre medicinali, annunciò di volersi ritirare dalla Corn Belt, la «cintura del granoturco» degli Stati uniti, gli agricoltori di altri stati americani cominciarono a preoccuparsi. Ora, per quelli del Colorado, i timori sono divenuti reali. Qualche mese fa si è infatti venuto a sapere che una compagnia biotecnologica con sede in Francia, la Meristem Therapeutics, intende testare un nuovo tipo di granoturco gm sul suolo del Colorado. Non si tratta però di mais transgenico per un «semplice» ancorché discutibile uso alimentare, bensì di una coltura destinata a produrre sostanze farmaceutiche. Il mais in questione produce cioè delle proteine utilizzate per la creazione della lipasi, un enzima usato per curare disturbi digestivi.

    In questo genere di coltivazioni - ancora allo stato sperimentale - il mais, ma anche pomodori, soia e lattuga sono trasformati in fabbriche viventi di sostanze farmaceutiche. Per i loro sostenitori si tratterebbe della nuova frontiera della medicina, un modo per produrre cure più economiche e accessibili per quasi ogni genere di malattia; ma per gli agricoltori delle aree in cui si svolgono gli esperimenti delle industrie biotech significa piuttosto una minaccia mortale per la propria attività economica. I consumatori - si chiedono infatti i contadini - comprerebbero un popcorn in cui potrebbe esserci anche la minima possibilità della presenza accidentale di una sostanza medicinale? Probabilmente no.

    E dunque un piccolo ma agguerrito gruppo di coltivatori del Colorado, con in testa quelli biologici, ha dato vita a una campagna di pressione molto rumorosa, indirizzando critiche, lamentele e domande ai dirigenti della Meristem, ai politici statali e federali.

    Nessuno di questi ultimi peraltro si aspettava una simile reazione. Quando infatti l'industria di colture farmaceutiche fece domanda per insediarsi nel Colorado, il ministero dell'agricoltura organizzò, pro forma, alcuni dibattiti tra gli agricoltori. Il problema fu che a queste riunioni cominciò ad affluire una massa imprevista di persone - agricoltori, ambientalisti e consumatori - visibilmente irritata. Nella memoria era ben vivida la notizia dei due episodi di contaminazione avvenuti in Iowa e Nebraska qualche mese prima: lì la ProdiGene, una compagnia biotech texana che testava mais farmaceutico, aveva contaminato una discreta quantità di mais e soia per uso alimentare, che era stata immediatamente distrutta. La società era stata quindi multata e condannata a pagare i danni, salvo poi essere salvata in extremis da un generoso prestito federale.

    Di fronte a simili episodi di contaminazioni, chiedevano pertanto a gran voce i contadini del Colorado, chi pagherà i danni? Alle riunioni degli agricoltori è seguito un fiume di e-mail e cartoline di protesta indirizzate al ministero dell'agricoltura o fatte circolare capillarmente nei mercati. Fino alla richiesta di una moratoria sui test di colture farmaceutiche.

    Alla fine, il governatore repubblicano, Bill Owens, ha respinto la moratoria e la Meristem ha comunque ottenuto la sua autorizzazione. Tuttavia quest'ultima ha poco da stare allegra: il clima che si è ormai creato tra le Montagne Rocciose è piuttosto ostile, tanto da obbligarla a rinviare - ufficialmente perché era troppo tardi - l'inizio delle coltivazioni alla prossima stagione. La compagnia spera forse che, passata l'estate, sbolliscano anche gli animi. Di fatto però la protesta sembra farsi sempre più organizzata, in Colorado e fuori: proposte di legge per proibire le colture farmaceutiche sono state avanzate a livello nazionale e in altri stati americani, mentre una coalizione per la sicurezza alimentare, la Genetically Engineered Food Alert, sta pensando di fare causa al ministero federale dell'agricoltura. Per i «pharma-food» potrebbe significare la perdita del loro smalto, e forse anche della loro salute.



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