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TERRA TERRA
24.10.2003
  • | di FRANCO CARLINI,
    Il parco e il leone. Qualcosa non va
    Gli studiosi la chiamano «andatura stereotipica»: è quel perpetuo movimento, senza senso e senza meta che gli orsi polari praticano nei recinti degli zoo dove sono ospitati. Corrisponde a un'esigenza di movimento in ampi spazi che le gabbie non consentono loro; è un comportamento nevrotico che corrisponde a uno stress psicologico. L'effetto di tali spazi ridotti sui grandi mammiferi in gabbia è una elevata mortalità infantile e in ogni caso un elevato malessere. A esserne colpiti sono soprattutto orsi bianchi, tigri, leoni. Nulla di nuovo: il fenomeno è noto a tutti gli amanti degli animali e ne sono consapevoli gli stessi curatori degli zoo che nei casi migliori stanno cercando qualche (parziale) rimedio. Ma è stato quantificato e documentato scientificamente da due studiosi dell'università di Oxford, Georgia Mason e Ros Clubb, con un articolo su Nature agli inizi di questo mese. Per capire la portata del problema basti dire che nella sua vita normale un orso bianco si aggira su di un territorio enorme, dell'ordine degli 80mila chilometri quadrati. Il problema è grave negli zoo, ma riguarda ormai anche i parchi naturali e le riserve. La filosofia fino ad ora seguita è stata quella di separare gli umani dai grandi mammiferi; nei parchi i leoni, gli elefanti e simili amate creature vengono protetti dai cacciatori e nello stesso tempo viene loro impedito di far danno agli umani. Il modello sembrava funzionare, ma fino a un certo punto; per esempio se un parco è troppo piccolo, risulta anche limitato il numero di animali che può nutrire e quando questi eccedono la soglia massima occorre comunque abbatterne oppure procedere a difficili e costosi trasferimenti da un parco all'altro.

    In ogni caso la separazione non può mai essere totale, a meno di non realizzare assurdi e costosissimi muri attorno ai parchi. Così gli elefanti escono facilmente dai parchi e magari distruggono il raccolto della vicina tribù, e i leoni vanno a caccia di mucche e pecore anche al di fuori del loro territorio, ovviamente suscitando la reazione degli allevatori che si dotano di fucili e difendono il proprio patrimonio.

    Nel caso dei leoni i dati più recenti sembrano indicare che quella che negli ultimi anni sembrava ormai una specie abbastanza protetta sia di nuovo in declino: si parlava di 200mila esemplari, ma sembra che in realtà siano molti di meno, solo 23mila. Questo secondo le stime offerte alla rivista New Scientist da Laurence Frank, biologo dell'università di Berkeley in California.

    L'unica strada possibile, secondo lo stesso Frank, è quella di delineare una nuova possibile convivenza, in un contesto mutato, tra i leoni, gli allevatori e le loro mandrie e a questo scopo un'interessante ricerca è in corso nel Kenya. Si chiama Laikipia Predator Project e il suo scopo è di misurare anche quantitativamente il comportamento dei leoni in libertà sul territorio, i loro costumi di predatori, il danno che provocano e infine suggerire dei rimedi di convivenza possibile.

    Dunque ecco le cifre: in media in questa regione i leoni uccidono lo 0,8 per cento delle mucche e il 3 per cento delle pecore; sono percentuali meno elevate del previsto e in ogni caso inferiori alle morti per malattie. Anche così tuttavia, il danno materiale è significativo per gli allevatori poveri dato che una singola mucca vale 300 dollari; da qui il ricorso ai fucili e alle esche velenose. Ma guardando più da vicino il problema, i ricercatori si sono resi conto che basterebbero pochi rimedi per diminuirne l'intensità: una soluzione suggerita consiste nel realizzare recinti per il ricovero notturno degli animali più robusti e vigilati. Un'altra sta nell'identificare tra i predatori quei singoli che hanno un comportamento particolarmente vorace e abbattere quelli e solo quelli. Un terzo passo sta nel rendere conveniente anche per la popolazione locale l'ecoturismo (per intenderci i safari fotografici) come fonte parallela di reddito di un territorio e questo comporta una diversa struttura del business turistico, oggi controllato dai tour operator del nord del mondo.



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