domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
03.12.2003
-
| di MARINELLA CORREGGIA,
Lavoro in cambio di pane
Il contadino filosofo russo Timofei Bondarev inventò non solo l'eterna domanda «Che fare?», ripresa da Leone Tolstoi e da Lenin, ma anche il concetto e la pratica del «lavoro per il pane» che poi il romanziere russo - diventato pensatore alternativo - elaborò ulteriormente e «passò» al mahatma Gandhi. Bondarev riteneva primo fra tutti i doveri, per tutti, «il lavoro manuale che produce direttamente il nutrimento, gli abiti, l'abitazione e che ci impedisce di morire di fame e di freddo». Sosteneva che quaranta giorni annui per tutti di questo «lavoro per il pane» sarebbero stati sufficienti e, in un'epoca in cui la fatica fisica dei contadini e dei lavoratori manuali era davvero enorme (sulle loro spalle gravava lo sfruttamento dei latifondisti mentre erano minimi gli alleggerimenti da parte dell'energia meccanica), un simile cambiamento avrebbe redistribuito più equamente lo sforzo. L'idea ha avuto applicazioni variegate. Come i campi di lavoro stagionali o periodici per studenti e lavoratori non manuali, in Cina e a Cuba. Ma in fondo ci possono stare, nel loro piccolo, anche i campi di lavoro estivi per giovani che tuttora si svolgono in Italia e all'estero, seppur nati da esigenze e logiche diverse. Un'altra piccola applicazione avviene nel campo del baratto: cibo contro lavoro di raccolta. Tuttora chi ha contatti con il mondo rurale aiuta vicini o parenti nella fase della raccolta ottenendone in cambio derrate come olio, vino o arance).
Una formula più specifica sono le squadre di lavoro che si inseriscono in realtà rurali alternative bisognose di braccia temporanee; un esempio in Italia è stato costruito dal Cir (Corrispondenze e informazioni rurali) ed è la Maknovicina, così chiamata in onore di Nestor Makno, fondatore e guida di comunità rurali anarchiche nell'epoca bolscevica. Si tratta di un gruppo itinerante disponibile a spostarsi e lavorare per periodi più meno lunghi nelle realtà alternative che fanno parte del circuito.
Una modalità meno radicale ma interessante e organizzata di «lavoro in cambio di pane» (e companatico biologici, e formazione agricola) è offerta in oltre venti paesi di tutti i continenti dall'associazione Wwoof (Willing workers on organic farms: www.wwoof.org), o «lavoratori volontari nelle aziende biologiche». Diffuso dall'Australia al Canada, dal Ghana alla Danimarca, dal Nepal all'Italia (www.wwoof.it), dall'Uganda agli Stati Uniti, dalla Corea alla Gran Bretagna, dove nasce una trentina di anni fa. La londinese Sue Coppard voleva organizzare durante i week-end soggiorni in fattorie biologiche in cambio del suo lavoro non specialistico. Poco a poco più persone sono state coinvolte e un numero sempre maggiore fattorie hanno offerto un alloggio e il cibo in cambio di braccia. Il Wwoof è un sistema di scambio non monetario che fa incontrare due esigenze: quella di forza lavoro da parte di chi fa agricoltura biologica o biodinamica (metodi che rispetto a quelli convenzionali sono più labour intensive, soprattutto in certi periodi, e ciò può essere davvero oneroso in piccole realtà), e l'esigenza dei wwoofers, cioè i lavoratori volontari, di vivere un'esperienza di lavoro e vita in campagna ma anche di imparare tecniche colturali biologiche da applicare al ritorno nei piccoli giardini (o balconi) urbani, o magari utili se si deciderà di fare il gran salto in campagna. Per questo fra le richieste che l'associazione fa agli agricoltori c'è quella di avere la pazienza di insegnare qualcosa, di offrire lavori variegati, di non considerare i volontari dei braccianti da sfruttare gratis. Dal canto loro, i volontari devono accettare anche i lavori banali e duri, per almeno sei ore al giorno (media suggerita, ma da concordare con l'agricoltore), non far perdere tempo, non considerare il sistema come un modo per fare una vacanza economica. Sul sito del Wwoof Italia si legge: «Se state cercando un modo per viaggiare e vedere l'Italia in modo facile Wwoof non fa per voi». Sul sito del Wwoof internazionale si legge «non possiamo aiutarvi a ottenere un visto o un permesso di soggiorno».
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