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TERRA TERRA
16.12.2003
  • | di MARINA FORTI,
    Più avorio che elefanti
    Più avorio che elefanti? E' quanto hanno verificato il Wwf internazionale e Traffic, la rete internazionale per il monitoraggio della flora e fauna protetta, nell'indagine condotta in tre paesi dell'Africa occidentale - Nigeria, Costa d'Avorio e Senegal. Gli investigatori hanno cercato avorio in nove città sparse nei tre paesi, ovviamente in incognito, e vi hanno trovato pubblicamente disponibili oltre 4.000 chili di avorio, una quantità che si traduce in oltre 760 elefanti. Il punto è che secondo dati recenti della Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura), nei tre paesi sommati non esistono ormai più di 543 elefanti. Neppure ad ammazzarli tutti si farebbe la quantità di avorio oggi sul mercato. Dunque, l'avorio in vendita in Nigeria, Costa d'Avorio e Senegal viene da altrove: secondo gli esperti di Traffic e del Wwf è contrabbandato da Repubblica democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Gabon e Camerun. Il rapporto «Più avorio che elefanti. Il mercato locale dell'avorio in tre paesi dell'Africa occidentale», diffuso ieri, dice (o conferma) due cose. Una è la ripresa della caccia di frodo in ampie regioni dell'Africa. In particolare l'Africa centrale che ha vissuto tutti gli anni `90 in un ciclo di guerre e conflitti interni, prima il Ruanda e poi il Congo, con milioni di vittime e sconfinamento di profughi, eserciti e milizie in tutta la regione. La guerra rappresenta una pressione tale che foreste protette e non, riserve e parchi naturali siano stati sopraffatti, sotto l'assalto di profughi in cerca di riparo e sopravvivenza ma anche di minatori, disboscatori, miliziani, affaristi. E' più che comprensibile che gli umani siano tornati a pascolare il bestiame domestico nelle riserve naturali, a coltivare, o a cacciare per procurarsi cibo. Non sorprende sapere che il Congo negli anni Novanta ha registrato un tasso di deforestazione altissimo. Né stupisce che sia ripresa alla grande la caccia di frodo agli elefanti, che con le loro zanne d'avorio sono un «valore sicuro».

    La caccia di frodo minaccia direttamente l'elefante africano: secondo la Iucn il pachiderma è ormai ridotto a meno di mezzo milione di esemplari in tutta l'Africa, contro una popolazione stimata tra 3 e 5 milioni all'inizio del Novecento. I decenni `70 e '80 sono stati il momento peggiore: i conteggi sono difficili ma è in genere riconosciuto che in quel periodo sono scomparsi intorno a centomila elefanti all'anno. In Kenya in pochi anni l'80% degli elefanti era stato abbattuto da trafficanti (anche allora c'era un rapporto diretto tra bracconaggio e conflitto: i trafficanti erano spesso ex combattenti venuti dalla Somalia, piombata in quegli anni in uno stato di cronico conflitto interno). Le cose sono migliorate dopo il 1989, quando il commercio internazionale dell'avorio è stato vietato da una convenzione sponsorizzata dall'Onu: infatti le zanne sono il principale motivo per cui gli elefanti sono uccisi e il principio su cui si basa la Cites, «Convenzione sul commercio internazionale in specie minacciate», a cui aderiscono 164 stati, è che un controllo efficace a valle, cioè sul mercato, dovrebbe eliminare l'interesse che spinge (a monte) alla caccia di frodo.

    Dunque l'avorio è ormai una merce illegale, ovunque. Anche i tre paesi esaminato ora da Wwf e Traffic anno norme che limitano il commercio di avorio - la Costa d'Avorio lo ha bandito nel 1997. E però è ampiamente disponibile sul mercato: ed è questo l'altro problema sottolineato da Wwf e Traffic. Secondo il rapporto, Nigeria, Costa d'Avorio e Senegal hanno legislazioni deboli e non applicate e «non rispettano le condizioni dettate dalla Cites del controllo sul mercato di avorio»: tanto che alle autorità responsabili di applicare la convenzione internazionale è sistematicamente impedito l'accesso ai porti di ingresso e uscita dal paese. La corruzione impedisce controlli efficaci. Poi c'è la responsabilità degli acquirenti: turisti, gente d'affari o residenti europei (in particolare francesi e italiani), nordamericani o dell'estremo oriente (Cina e Corea in particolare) - in qualche caso perfino personale delle ambasciate. Finché c'è domanda, la caccia continuerà.



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