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TERRA TERRA
24.12.2003
  • | di MARINA FORTI
    A chi spetterà sfamare il mondo?
    Può sembrare un problema remoto, in un mondo di cronici surplus alimentari. Il fatto è che nel 2003, per il quarto anno consecutivo, il raccolto mondiale di grano è diminuito. Lo fa notare Lester Brown, il fondatore del WorldWatch Institute di Washington (e poi del think tank «fratello» più orientato alla ricerca sulla politica ambientale, il Earth Policy Institute). Brown accosta alcuni dati. Il primo è la produzione alimentare: quest'anno il raccolto mondiale di grano è stato di 92 milioni di tonnellate più bassa della domanda. Non che questo provochi un problema immediato, in un mondo dove i silos sono stracolmi di eccedenze: ma se la produzione continua a essere minore del consumo, alla lunga le riserve non basteranno più a garantire la sicurezza alimentare. Quest'anno gli stock di cereali sono scesi al livello più basso degli ultimi 30 anni. Poi c'è l'acqua. Nelle grandi pianure della Cina settentrionale, che producono metà del grano cinese e un terzo del suo mais, le falde acquifere si abbassano tra uno e 3 metri all'anno. Nel mondo la domanda d'acqua è triplicata nell'ultimo mezzo secolo, dunque se ne pompa di più dalle falde sotterranee. Ma oggi metà della popolazione mondiale vive in paesi dove le falde crollano e i pozzi restano asciutti, e tra questi paesi ci sono i tre che insieme producono metà del grano al mondo: Stati uniti, India e Cina. La Cina è una vecchia ossessione di Lester Brown, e con ragione: non solo è il paese più popoloso ma è un perfetto esempio di come la sicurezza alimentare sia minacciata dalla combinazione di una popolazione in crescita, il maggiore benessere che cambia i consumi alimentari, l'espansione di aree urbane e industriali che toglie terra all'agricoltura (oltre a inquinare aria, terra e fiumi). Come si combina la storia del grano e quella dell'acqua? Semplice: coltivare una tonnellata di grano richiede un migliaio di tonnellate d'acqua, motivo per cui sul pianeta il 70% dell'acqua pompata dalle falde o deviata dai fiumi va in irrigazione.

    Restiamo alla Cina. Anche qui calano i raccolti, e la penuria d'acqua è una delle cause insieme alla perdita di terre arabili e alle temperature in aumento. E' un argomento in cui Brown è ferrato (si veda il suo libro Who will feed China? WW Norton Company, 1995). Nell'ultimo mezzo secolo la Cina ha aumentato i suoi raccolti in modo spettacolare, da 90 milioni di tonnellate nel 1950 a 392 milioni di tonnellate nel 1998. Ma l'autosufficenza alimentare conquistata è in pericolo, ripete Brown come una cassandra. Dal `98 il raccolto è sceso del 17%, cioè di 66 milioni di tonnellate, cioè più del raccolto annuale del Canada (che è uno dei grandi esportatori mondiali di grano). Per il momento il fabbisogno è coperto da abbondanti magazzini, ma una grande nazione non può permettersi di restare senza stock. Di questo passo Brown prevede che presto la Cina dovrà comprare grano, per la prima volta nella sua storia - con buona pace dell'autosufficenza gelosamente conquistata. Avrà bisogno di 30, 40 o anche 50 milioni di tonnellate all'anno, e finirà per comprarlo dagli Stati uniti, che da soli fanno metà dell'export di grano mondiale. Importazioni così massicce avranno un effetto visibile sul mercato, mandando su i prezzi.

    Il punto del ragionamento è che i raccolti continueranno a calare, almeno se resta la combinazione di falde acquifere che crollano e di temperature che salgono, insieme ad altri disastri come l'erosione dei suoli - particolarmente accentuata proprio nelle piane della Cina settentrionale qui citate. E i raccolti calanti hanno già fatto salire i prezzi di grano e riso sui mercato mondiali tra il 10 e il 30%, e anche più in certe regioni della Cina. Insomma: la sicurezza alimentare è minacciata dalla combinazione di crescita della popolazione (e dunque della domanda di cibo e acqua), cambiamento del clima, degrado e perdita di terre arabili. E questo, ragiona Lester Brown «minaccia il progresso economico e la stabilità politica tanto quando il terrorismo».

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